Vera Lúcia de Oliveira, Il denso delle cose

È uscito da qualche mese l’ultimo lavoro poetico di Vera Lúcia de Oliveira, è un’antologia personale e s’intitola Il denso delle cose (2008, Besa Editrice, collana Costellazione, con testo portoghese a fronte della stessa autrice). Prima di analizzare la raccolta mi sembra opportuno spendere due parole sulla peculiarità letteraria e poetica della poetessa che, nata in Brasile nel 1958, vive da 25 anni in Italia, nel cuore geografico italiano, in Umbria, pur insegnando a Lecce. Ebbene l’autrice non ha optato, come normalmente accade, per una lingua o l’altra. In questo caso, per il portoghese (lingua famigliare, di nascita) o l’italiano (lingua di adozione o di arricchimento linguistico). Lei alterna il portoghese all’italiano e si traduce (e traduce poeti italiani e brasiliani) dall’una all’altra lingua: senza traumi, anzi "sfruttando", di volta in volta, le caratteristiche delle due lingue. Ne parla lei stessa nel saggio finale all’antologia: "scrivo in portoghese perché è la mia prima lingua, quella con la quale ho iniziato a pensare e a sentire le cose del mondo. E mi piace aver imparato a nominare il mondo in portoghese, perché è una lingua dove c’è molto spazio per un rapporto affettivo con le cose, con la realtà, con le persone. In portoghese persino i verbi sono usati al diminutivo (…). L’italiano è più austero, più aulico. Ma l’italiano ha quest’aura poetica che lo avvolge e mi piace che sia l’altra lingua della mia interiorità. I due idiomi convivono, interagiscono: esistono cose che posso dire solo in portoghese, altre che posso dire solo in italiano. Ci sono parole, espressioni, assolutamente intraducibili da una lingua all’altra".
Infatti, gli ultimi tre libri di poesia di Vera Lúcia de Oliveira pubblicati prima di questa bella antologia sono A chuva non ruídos (2004) in portoghese (con il quale ha vinto il premio di poesia dell’Accademia Brasiliana di Lettere), Verrà l’anno (
Fara, 2005) in italiano, opera finalista vincitrice al Premio Pasolini 2006 e Entre as junturas dos ossos (2006) in portoghese, premiato e diffuso in Brasile in tutte le scuole nazionali. Una convivenza linguistica che ricalca l’esperienza del suo connazionale, che visse tra Italia e Brasile, Murilo Mendes, ovvero un bilinguismo che si trasforma in biculturalismo, e che poi rende difficile agli storici della letteratura la scelta d’inserire la poetessa tra le autrici italiane o brasiliane. In effetti negli ultimi decenni sono saltati gli steccati: si può appartenere tranquillamente a due culture, e questo non è solo un arricchimento per l’autore ma per le due lingue nelle quali si scrive, e per i paesi ad esse collegati. Così che autori come Vera Lúcia de Oliveira faranno parte sia dell’una che dell’altra letteratura e, in tal senso più facilmente di altri, a quell’unica letteratura mondiale di cui già vagheggiava Goethe negli anni della maturità.  
Tornando alla raccolta Il denso delle cose, essa prende avvio con i testi della raccolta Geografie d’ombra (1989) che è il primo libro di poesia pubblicato in Italia, mentre l’esordio in Brasile risale al 1983. Le ombre delle difficoltà incontrate in Italia, dello stacco dalla propria terra, dell’infanzia, della nostalgia, quindi, ma anche l’inizio di quella poetica del dolore e della spoliazione linguistica che caratterizzerà le successive raccolte. L’antologia prosegue con Pezzi (1992), che forse sottintende anche il desiderio di ricostruire, dai frammenti del passato, una nuova geografia (interiore e più propriamente "geografica", di armonioso collegamento tra luogo d’origine e luogo in cui si vive, tra Brasile e Italia): "il sole illumina la vita in silenzio / la casa lucida / dentro di me le cose scavate". Poi sono stati antologizzati i testi di una raccolta centrale e decisiva per la messa a fuoco della poetica della de Oliveira, Tempo di soffrire (1989), interamente dedicata al tema del dolore: dell’uomo, del mondo, della malattia, della solitudine; della sofferenza sociale, psicologica, esistenziale; il dolore che resta conficcato nella memoria e nel cuore. Sono testi più equilibrati dei precedenti, anche più lucidi e consapevoli: "da questo sguardo massiccio / nascono poesie / da questo modo torto". Seguono i testi della raccolta, scritta in portoghese, Uccelli convulsi (2001), che contiene il testo che presta il titolo all’antologia. Ancora il dolore, gli uccelli (le rondini) e le case (il nido), anzi le "casupole" dell’omonima poesia "di casupole/ era fatta l’infanzia/ di pareti bianche/ di cortili gonfi di uccelli". Ecco, a mio avviso da questa raccolta si avverte un cambio decisivo, un salto di qualità dal punto di vista costruttivo, metrico e compositivo: la poesia di Vera Lúcia de Oliveira comincia a farsi "più leggera" e non per un "alleggerimento" dei temi trattati, che infatti restano il dolore, l’incomunicabilità, la sofferenza. Lo sguardo attento (e partecipe) su chi soffre non muta (anzi, forse si acutizza), però tutto è più asciugato, essenziale e, ad un tempo, più elaborato musicalmente. Le sue poesie, come ho scritto altrove, cominciano a trasformarsi in piccoli racconti in miniatura, autonomi, ma legati l’un l’altro in un originale impasto poetico, ad avere una "visione corale" dovuta a un ascolto più allargato e sottile, come se alla sua voce si affiancassero ora le voci di altre e numerose persone: i genitori, gli amici, i poeti amati, le persone incontrate casualmente per strada… Inoltre qui la partecipazione al dolore si estende, si fa quasi ancestrale e universale: "urtano contro i pali/ gli uccelli/ distillati dalla notte/ si spezzano nel volo innaturale// cozzano contro le ossa/ sorde/ contro i battenti/ che non odono il sangue/ sgorgare nel buio". Il punto finale lo ho aggiunto io, in realtà la poesia della de Oliveira è priva di punti e maiuscole (restano solo i punti interrogativi e, raramente, qualche virgola), come se una poesia entrasse nell’altra, in un discorso continuo e infinito. Seguono altre due sezioni di testi provenienti dai libri pubblicati nel 2003: A chuva nos ruídos e Nel cuore della parola, dove si incontrano brevi testi che approfondisco quella tecnica del racconto in miniatura di cui parlavo sopra: "disse che Dona Cota aveva cominciato/ a parlare con i morti/ chiamava il padre, parlava con la madre/ disse che era così erano i morti/ che venivano a prendere i vivi/ quando si è già un passero/ che si prepara per il volo/ ma non si sa ancora/ se volerà". Con un sviluppo poetico che tende alla prosa, al monologo interiore. Si vedano altri testi importanti come "La sistemazione", "Il film", "La musica" ("ho la musica dentro lei mi abita/ quando mi alzo lei già mi aspetta/ quando cammino lei mi cammina davanti…"), "Storie", "Petali", "L’orto" o  "Estranea": "gli disse all’improvviso/ che non voleva essere seppellita/ in quel posto/ che non era di lì/ che quella terra non avrebbe/ riconosciuto la terra/ da dove era venuta". I testi di quest’ultima sezione sono i più belli e significativi del libro e chiudono questa raccolta (che non contiene poesie degli ultimi lavori, come Verrà l’anno) molto utile a conoscere e apprezzare il mondo poetico di Vera Lúcia de Oliveira.
Il denso delle cose, pur essendo un’antologia, contiene dei fili invisibili, sottili ma molto resistenti, che cuciono assieme tutti i testi, tessono una poetica chiara, di forte autocoscienza poetica e critica (lo dimostra anche il denso saggio finale "Fra due geo-grafie" in cui l’autrice parla del proprio mondo poetico), che spesso manca nella poesia contemporanea. Non mi riferisco soltanto allo stile, al vocabolario, ma soprattutto allo sguardo che cambia con il tempo, certo, si sposta su cose (geografie) diverse, come è normale che accada, ma sempre in cerca delle stesse cose, quelle che da sempre stanno dentro il significato della vita, dentro l’uomo, in noi stessi, depositate da secoli nella memoria collettiva. È così che "il denso delle cose" si trasforma nella densità dello sguardo (che coinvolge e sottintende anche l’udito) di Vera Lúcia de Oliveira. Uno sguardo attento e sensibile, cristianamente partecipe al dolore degli altri, che si riempie (e si lascia riempire) di dolore, ma anche di cose leggere: voci, appunti, altri sguardi, suoni, sfumature, colori, parole colte al volo, frammenti di vita per poi ricreare tutto visivamente, dandogli la giusta importanza, l’esatta "densità", appunto, in poesia elaborata con amore e bravura, in versi essenziali e dolci. Spesso però d’una dolcezza feroce, come a voler mordere (diminuire) il male.

Vera Lúcia de Oliveira, Il denso delle cose (antologia poetica – Besa editrice, Nardò-Lecce, 2008, pagg. 118, euro 12,00)

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Una risposta a Vera Lúcia de Oliveira, Il denso delle cose

  1. weirde ha detto:

    Bel blog. Anche io nel mio piccolo blog parlo di libri. Sarei onorata se vorrete aggiungerlo ai vostri link.

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