Un nuovo Ulisse in italiano

James Joyce morì il 13 gennaio 1941 e quindi i diritti d’autore sulle sue opere sono scaduti il  31 dicembre 2011. Si deve probabilmente a questo l’uscita di una nuova edizione italiana dell’Ulisse pubblicata da Newton Compton (a cura di Enrico Terrinoni, traduzione di Enrico Terrinoni con Carlo Bigazzi).
Oltre alla traduzione di Giulio De Angelis (Mondadori) ce n’era stata un’altra, nel 1995, a cura di Bona Flecchia (Shakespeare and Company, 1995), da tempo però fuori catalogo. Vista la scadenza dei diritti, è probabile che ora se ne aggiungano altre.
Nel frattempo, possiamo fare un piccolo confronto fra la traduzione De Angelis e quella Terrinoni/Bigazzi, con due frammenti, l’inizio e la fine del romanzo:

Aggiorno il post (13 marzo 2013) in occasione dell’uscita della traduzione di Gianni Celati (Einaudi, 2013).

Copertine Ulisse

Stately, plump Buck Mulligan came from the stairhead, bearing a bowl of lather on which a mirror and a razor lay crossed. A yellow dressing-gown, ungirdled, was sustained gently behind him by the mild morning air. He held the bowl aloft and intoned:
Introibo ad altare Dei.
Halted, he peered down the dark winding stairs and called up coarsely:
– Come up, Kinch. Come up, you fearful jesuit.
Solemnly he came forward and mounted the round gunrest. He faced about and blessed gravely thrice the tower, the surrounding country and the awaking mountains. Then, catching sight of Stephen Dedalus, he bent towards him and made rapid crosses in the air, gurgling in his throat and shaking his head.

Solenne e paffuto, Buck Mulligan comparve dall’alto delle scale, portando un bacile di schiuma su cui erano posati in croce uno specchio e un rasoio. Una vestaglia gialla, discinta, gli levitava delicatamente dietro, al soffio della mite aria mattutina. Levò alto il bacile e intonò:
Introibo ad altare Dei.
Fermatosi, scrutò la buia scala a chiocciola e chiamò berciando:
– Vieni su, Kinch! Vieni su, pauroso gesuita.
Maestosamente avanzò e ascese la rotonda piazzuola di tiro. Fece dietro-front e con gravità benedisse tre volte la torre, la campagna circostante e i monti che si destavano. Poi, avvedutosi di Stephen Dedalus, si chinò verso di lui e tracciò rapide croci nell’aria, gorgogliando di gola e tentennando il capo. (De Angelis)

Statuario, il pingue Buck Mulligan spuntò in cima alle scale, con in mano una ciotola di schiuma su cui giacevano in croce uno specchio e un rasoio. La vestaglia gialla, slacciata, era lievemente sostenuta alle sue spalle dall’aria delicata del mattino. Alzò la ciotola al cielo e intonò:
Introibo ad altare Dei.
Immobile scrutava dall’alto la buia scala a chiocciola, e sgraziato strillò:
– Vieni su, Kinch. Vieni su, spaurito gesuita.
Solenne avanzava montando sulla tonda piazzola di tiro. Con un dietro front, benedisse severo tre volte la torre, la terra circostante e le montagne appena sveglie. Poi, accorgendosi di Stephen Dedalus, a lui si chinò e prese a disegnare veloci croci nell’aria, gorgogliando di gola e scuotendo il capo. (Terrinoni / Bigazzi)

Imponente e grassoccio, Buck Mulligan stava sbucando dal caposcala con in mano una tazza piena di schiuma, su cui s’incrociavano uno specchio e un rasoio. La sua vestaglia gialla, priva di cintura, era lievemente sollevata sul retro da una dolce arietta mattutina. Tenendo alta la tazza, intonò:
Introibo ad altare Dei.
Fermatosi, scrutò giù nel buio della scala a chiocciola con un richiamo sguaiato.
– Vieni su, Kinch, disgustoso d’un gesuita.
Avanzò solenne e salì sulla rotonda piattaforma del bastione. Qui fece un giro d’occhi e con gesti compassati benedisse tre volte la torre e la contrada circostante e le montagne al risveglio. Indi, adocchiato Stephen Dedalus, si chinò verso di lui abbozzando alcuni svelti segni della croce nell’aria, borbogliando e scuotendo il capo. (Celati)

Qui entrambi riescono a esprimere l’atmosfera quasi da “parata” dell’ingresso in scena di Buck Muglligan; De Angelis più con l’uso, nel quinto capoverso, di termini evidentemente pomposi: “Maestosamente”, “ascese”; Terrinoni/Bigazzi con l’uso dell’imperfetto, che, forse più del passato remoto di De Angelis, dà l’idea di un muoversi lento e ironicamente solenne.

Per il finale, Terrinoni scrive che il monologo di Molly Bloom “è la degna conclusione di una narrazione che forza le strutture della lingua inglese e mette alla prova la stabilità delle nostre aspettative letterarie. Proprio per questo, nel capitolo finale, è possibile osare alquanto dal punto di vista traduttivo.” L’assenza di apostrofi nell’originale è evidenziata da scelte ortografiche (ò, , davena, ecc.) “parallele ai tantissimi Im, Ill, Id, hed, hes, theyre” o a termini che creano “interessanti ambiguità nel testo originale, come nei casi di he’ll che diviene hell, o di we’d che diventa wed.”

and all the queer little streets and pink and blue and yellow houses and the rosengardens and the jessamine and geranium and cactuses and Gibraltar as a girl where I was a Flower of the mountain yes when I put the rose in my hair like the Andalusian girls used or shall I wear a red yes and how he kissed me under the Moorish wall and I thought well as well him as another and then I asked him with my eyes to ask again yes and then he asked me would I yes to say yes my mountain flower and first I put my arms around him yes and drew him down to me so he could feel my breasts all perfume yes and his heart was going like mad and yes I said yes I will Yes.

e tutte quelle stradine curiose e le case rosa e azzurre e gialle e i roseti e i gelsomini e i gerani e i cactus e Gibilterra da ragazza dov’ero un Fior di montagna sì quando mi misi la rosa nei capelli come facevano le ragazze andaluse o ne porterò una rossa sì e come mi baciò sotto il muro moresco e io pensavo be’ lui ne vale un altro e poi gli chiesi con gli occhi di chiedere ancora sì e allora mi chiese se io volevo sì dire di sì mio fior di montagna e per prima cosa gli misi le braccia intorno sì e me lo tirai addosso in modo che mi potesse sentire il petto tutto profumato sì e il suo cuore batteva come impazzito e sì dissi sì voglio Sì. (De Angelis)

e tutte quelle stradine strane e le case rosa e blu e gialle e i giardini delle rose e il gelsomino e i gerani e i cactus e Gibilterra da ragazza dove ero un Fiore di montagna sì quando mi sono messa la rosa nei capelli come facevano le ragazze andaluse o dovrei portarla rossa sì e come mà baciato sotto le mura moresche e ò pensato bè lui o un altro che cambia e poi gliò chiesto con gli occhi di chiederlo ancora sì e poi me là chiesto se volevo sì dire sì mio fiore di montagna e prima lò abbracciato sì e lò fatto stendere su di me per fargli sentire i miei seni tutti profumati sì e il suo cuore che impazziva e sì ò detto sì lo voglio Sì.(Terrinoni/Bigazzi)

e tutte quelle strane straducole e le case rosa e celesti e gialle e il giardino di rose e gelsomini e gerani e cactus e Gibilterra quand’ero ragazza ero un Fiore di Montagna sì quando mi mettevo una rosa nei capelli come le ragazze andaluse oppure Mi metterò una rosa rossa in fior e lui mi ha baciata sotto il muro moresco io pensavo be’ va bene lui come un altro poi gli chiedo con gli occhi di chiedermi ancora sì e lui chiede se voglio sì dire sì mio Fiore di Montagna e io gli ho messo le braccia al collo sì e l’ho tirato a me per fargli sentire il mio seno profumato sì e il suo cuore batteva all’impazzata e sì ho detto sì voglio Sì. (Celati)

Aggiungo anche un piccolo frammento, sempre dal monologo di Molly Bloom (per ricordare anche lo scandalo che il libro suscitò all’epoca):

I often felt I wanted to kiss him all over also his lovely young cock there so simply I wouldnt mind taking him in my mouth if nobody was looking as if it was asking you to suck it so clean and white he looked with his boyish face I would too in 1/2 a minute even if some of it went down what its only like gruel or the dew theres no danger besides hed be so clean compared with those pigs of men I suppose never dream of washing it from 1 years end to the other

ho avuto spesso voglia di baciarlo dappertutto anche l’uccellino così innocente mi piacerebbe prenderlo in bocca se non ci fosse nessuno a guardare pare ti chieda di essere succhiato sembra così pulito e bianco con quella faccia da bambino e lo farei in 1/2 minuto anche se me ne andasse giù un po’ be’ è come semolino d’avena o rugiada non c’è nessun pericolo e poi è tanto pulito in confronto a quei porci degli uomini io dico che non ci pensano neanche a lavarselo da una capo all’altro dell’anno (De Angelis)

spesso ò sentito la voglia di baciarlo dappertutto anche quel suo bel cazzo giovane così naturale non mi spiacerebbe prenderlo in bocca se non mi guarda nessuno sembra che ti stia chiedendo di succhiarglielo tutto pulito e bianco sembrava con quella faccia da ragazzino e lo farei pure in 1/2 minuto pure se un pò mi scende giù in gola non fa niente è come fiocchi davena oppure rugiada non cè pericolo e poi è così pulito in paragone a quei maiali di uomini mi sa che non si sognano nemmeno di lavarselo neanche un volta in un anno (Terrinoni/Bigazzi)

io spesso sento la voglia di baciarlo dappertutto anche nel suo delicato piccolo cazzo così innocente mi piacerebbe prenderglielo in bocca se nessuno mi guardasse sarebbe come se la statuina mi invitasse a succhiarglielo così pulito e bianco com’è lui mi guarda con la sua faccia da ragazzetto e in mezzo minuto lo farei anche se me andasse giù un pezzettino non farebbe niente sarebbe come mandar giù semolino o della rugiada e nessun pericolo sarebbe tutto bel pulito se messo accanto a questi maiali immagino che non ci pensano neanche a lavarselo dall’inizio alla fine dell’anno (Celati)

De Angelis ingentilisce un po’ “his lovely young cock there so simply”, facendolo diventare “l’uccellino così innocente”, mentre Terrinoni è più diretto: “quel suo bel cazzo giovane così naturale”; anche Citati è diretto, ma il “suo delicato piccolo cazzo così innocente” sembra un po’ una via di mezzo.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria e contrassegnata con . Contrassegna il permalink.

12 risposte a Un nuovo Ulisse in italiano

  1. orofiorentino ha detto:

    Effettivamente da una traduzione all’altra molte cose cambiano. Personalmente l’ho constatato maggiormente con Catullo, restandone anche delusa.
    E’ difficile per un traduttore mantenere il vero significato dato dallo scrittore. E’ sempre meglio, se possibile, leggere il libro in lingua originale. Cari saluti

  2. salinaversosud ha detto:

    Credo che la chiave stia nell’ umiltà. Mettersi al servizio dei testi, anziché servirsene.
    In questo modo, lasceremo andare il “bel parlare”, per raccogliere significati.
    Un post davvero, davvero interessante.
    Grazie.

  3. Giuseppe Ierolli ha detto:

    Decidere quali sono le scelte più giuste quando si traduce è un problema praticamente irrisolvibile: le possibilità e le variabili sono talmente tante e intrecciate tra di loro, le sensibilità di chi traduce, e poi di chi legge, sono talmente tante e diverse che pensare di poter raggiungere una traduzione “perfetta” è irrealistico. Me ne sono accorto concretamente traducendo per diletto, quando, rileggendo dopo qualche tempo quello che avevo scritto, mi sono reso conto di quante cose, nel momento della rilettura, avrei cambiato, di quante scelte avrebbero preso una direzione diversa se fatte in un momento diverso. Rimane il fatto che tradurre, e leggere traduzioni da una lingua che si conosce, almeno un po’, è un esercizio che riesce a farti entrare come nessun’altra cosa nel testo originale, magari proprio perché una scelta diversa del traduttore ha messo in luce qualcosa che altrimenti non avresti visto.

  4. lapennablu ha detto:

    Bellissima l’idea di confrontare le diverse traduzioni. Si rende giustizia al mestiere del traduttore e a quanto sia difficile. Grazie!

    • Giuseppe Ierolli ha detto:

      Certo. In fin dei conti ragionare sulle traduzioni è un modo perfetto per leggere meglio l’originale.

      • fernirosso ha detto:

        concordo, perché ogni lettura resta comunque sempre “una” interpretazione e la tra-duzione, dovrebbe portare fuori da una lingua ciò che l’altra dovrebbe saper ospitare. f.f.

  5. Teresa J. ha detto:

    Penso che non c’è niente di meglio come leggere un libro nella sua lingua originale,purtroppo molte volte con le traduzioni se perde un po l’originalità di quello che l’autore vuole trasmettere.Teresa J.

    • Giuseppe Ierolli ha detto:

      Ogni traduzione implica ovviamente una perdita. Ma leggere in originale può essere possibile per una, due lingue oltre alla propria. Per tutte le altre la traduzione è indispensabile. E anche se si conosce la lingua di partenza, leggere una traduzione nella propria lingua può comunque essere utile per approfondire l’originale.

      • Irene ha detto:

        Ogni traduzione può anche implicare un acquisto!!! perché parlare soltanto di perdita? Il testo originario si arricchisce di nuovi significati. D’altra parte leggere significa interpretare, quindi è un po’ come tradurre ciò che lo scrittore pensa in un linguaggio personale che appartiene univocamente ad ogni lettore.

        • Giuseppe Ierolli ha detto:

          Giusto.Di perdita si può parlare in relazione a un originale “teorico”, visto che giustamente anche l’atto della lettura implica un’interpretazione e una sorta di traduzione.Possiamo quindi pensare a una sorta di bilancia, nella quale però i due pesi delle “perdite” e dei “profitti” sono sempre un po’ sfumati, e non si ha mai la certezza di di quale sia la parte più pesante. Una sorta di bilancia in perenne oscillazione, che tende a cambiare per ogni lettore e anche per ogni lettura.

  6. Carlo Romano ha detto:

    Mi accingo alla traduzione di un libro, tecnico, di vela.
    E pure avendo a che fare con barche, navigazioni e regate da oltre trent’anni sento tutta l’insufficienza della mia buona volontà. Eppure sto parlando non di un’opera letteraria. Soltanto di un manuale.
    Temo che non vi sia soluzione.
    Né “solenne” né “statuario” e nemmeno “imponente” (come nell’ultima traduzione di Celati [2013] per Einaudi) sono “stately”. Perché “stately” è stately e non esiste in italiano se non, forse, con un giro alquanto convoluto di parole che, forse, salvaguarderebbe il significato uccidendo il senso.
    Ogni parola è un’arresa, è ciò che resta dopo aver alzato le mani davanti all’impossibile complessità della realtà così come creata dal nostro cervello all’interno di sé stesso per guidarci alla sopravvivenza.
    Ci vorrebbero tante parole per quanti stati cerebrali disponiamo, moltiplicate per ognuno di noi.
    Ma non è possibile, né efficace strategicamente, scegliamo così un suono che ci pare massimizzi la condivisione di un risultato.
    “E ho detto tutto…”, avevi ragione caro Peppino.
    In ogni lingua perdiamo una certa rappresentazione per la mancanza di parole che, invece, esistono in un’altra. E in ogni lingua ogni parola esiste perché sorretta da altre parole che la spiegano, che a loro volta…
    Non c’è soluzione. Se la traduzione non è un tradimento è come il racconto di un sogno. Per quanto ci si sforzi l’altro non sognerà il nostro sogno. Forse lo capirà soltanto.

    • Giuseppe Ierolli ha detto:

      “Non c’è soluzione”
      In effetti non c’è, anche se capire il sogno, sia pure parzialmente e senza entrarci direttamente, è sempre meglio che restarne estranei.
      Non appena avrò la versione di Celati aggiornerò la pagina aggiungendo la sua traduzione dei brani citati.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...