Elementi di gastronomia letteraria: cronaca della serata

Fiamma e NadiaPino e il tabellone delle lettureElvio, Michele e Alessio
 

In ogni cena seria e raffinata, di fronte a troppe prelibatezze dai nomi improponibili, la miglior scelta di rimando è aprire d’istinto il menu e puntare un ditino dove capita (ovviamente poi bisogna rivolgersi al cameriere con aria saputa e saporita). Il 5 febbraio 2011, in occasione della serata Elementi di gastronomia letteraria, gli chef Libri in testa – nel numero di sei, di cui una momentaneamente afona causa postumi dell’influenza – hanno offerto ai loro ospiti la medesima possibilità: ciascuno si è dunque aggirato a turno fra le sedie brandendo un tabellone verde lattuga con tredici caselline giallo banana sotto cui si celavano i testi scelti.  Il pubblico, a caso, ne scopriva una. Ed è andata più o meno così.
Che la prima lettura ha raccontato della festa ebraica Shabbos e di una tizia che voleva festeggiarla ma anche no.
Che la seconda ha messo alla prova gli stomaci degli astanti con introspettive descrizioni di interiora.
Che la terza ha commosso con una cena frugale fra padre figlio ristabilendo priorità di sentimenti.
Che la quarta tornava a sferzare colpi allo stomaco: sai che c’è, mangiamo gli esseri umani, i quali pare siano fra gli animali i più saporiti.
Che la quinta specificava come la parte più gustosa di certi esseri viventi siano le mammelle, le quali, una volta bollite, cambiano colore.
Che la sesta ha riprodotto in versi i rumori delle stoviglie e gli sputi degli sguatteri.
Che con la settima s’è brindato in un calice di teschio: ci s’era dimenticati di innaffiare la seconda, la quarta e la quinta lettura.
Che nell’ottava c’era una coppia che sembrava tanto felice, poi però lui è scappato e lei è rimasta sola e a tutti è venuto il dubbio che fosse per colpa delle tigelle secche.
Che la nona spiegava i rischi del cucinare afrodisiaco per sé soltanto e su cui in questa sede si lascia cadere la censura (se avete curiosità pruriginose ben vi sta: così la prossima volta imparate a non venire!).
Che la decima spiegava i rischi di legare i vegetali per una minestra con lo spago blu, ma spiegava anche che in fondo non fa niente perché i bastoncini di pesce sono arancioni e non bisogna essere razzisti alimentari.
Che il titolo dell’undicesima riprendeva il tema del cannibalismo e suggeriva di pasteggiare con il proprio coniuge. No, non in qualità di convitato ma di pietanza.
Che la dodicesima suggeriva, rispetto a certi discorsi precedenti, un’alternativa alla carne dell’uomo: quella di maiale (di vera alternativa si tratta?).
Alla tredicesima qualcuno si è lamentato perché il pasto era finito e non avevano ancora portato il pane. È stata servita una rosetta.
Dopo l’incontro-reading è seguita cena al solito posto. Tutto come sempre, eppure nell’aria c’era qualcosa di diverso. Qualcuno fra i commensali guardava con sospetto il proprio piatto. Qualcun altro il proprio vicino di posto. Qualcuno infine se n’è altamente infischiato: in fondo, tutto ciò che non uccide fortifica. E ingrassa. 

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