Antonio Pennacchi, Canale Mussolini

 “Per la fame. Siamo venuti giù per la fame. E perché se no? Se non era per la fame restavamo là. Quello era il paese nostro. Perché dovevamo venire qui? Lì eravamo sempre stati e lì stavano tutti i nostri parenti. Conoscevamo ogni ruga del posto e ogni pensiero dei vicini. Ogni pianta. Ogni canale. Chi ce lo faceva fare a venire fino qua?”Antonio Pennacchi, Canale Mussolini
Questo è l’incipit dell’ultima fatica letteraria di Antonio Pennacchi (Latina, 1950), Canale Mussolini, uscito da qualche mese per Mondadori e di cui già si è parlato molto e ora è finalista al Premio Strega e al Premio Campiello.

Denso e bellissimo romanzo che racconta in prima persona la storia dei Peruzzi, una delle tremila famiglie che nel 1932 si trasferiscono dal nord Italia al Sud, un esodo, un’emigrazione interna di senso inverso a quelle che avverranno, alcuni decenni più tardi, durante il boom economico alla fine degli anni cinquanta. Per tre anni di seguito parte un treno al giorno e trentamila persone si stabiliscono nelle terre “redente” dell’Agro Pontino, dove fino a pochi mesi prima regnavano la palude, la malaria e la morte. Lì, dove vivevano una cinquantina di briganti per sfuggire alla legge, germoglia all'improvviso la vita umana e un nuovo popolo, quello veneto-pontino.
Una specie di marcia che va dalla miseria a una vita dignitosa, attraversando le difficoltà dei primi anni (una terra deve “imparare” a essere fertile), quelle legate alla storia d’Italia e alle guerre fasciste. Una marcia di gente operosa e ostinata, di famiglie unite e numerose: nonni, tanti fratelli e sorelle, figli e nipoti, con qualche figlio illegittimo, e le amate bestie.
La ricostruzione dei poderi da parte dell'autore è millimetrica: le case razionali dell’Opera combattenti, con la stalla e il pozzo nero alla giusta distanza. Tutto descritto perfettamente: le mura esterne celestine, la scala che sale al primo piano, la grande cucina con il focolare che disperderà pure il calore (come diceva l’ingegner Gadda) ma è il centro della casa. Famiglie numerose, come dicevo, e ora inimmaginabili (di dieci e più figli) con almeno un componente reduce della Grande Guerra, provenienti non solo dal Veneto ma anche dall’Emilia e dal Friuli e che manterranno nel corso degli anni i propri costumi e la propria lingua, ma con un “impasto” di usanze fra le varie provenienze e poche aperture all’esterno.
Gli abitanti del Monti Lepini non vedono di buon occhio i nuovi arrivati: faticano a capirsi “cispadani” e “marocchini”, e poi le donne del Nord vanno in bicicletta! e, soprattutto, quei polentoni gli hanno portato via le loro terre… Conflitto vivo tutt’ora, dopo quasi sette decenni, sebbene addolcito, stemperato dall'espansione demografica (ora sulla vecchia palude vivono cinquecentomila persone), ma sostanzialmente le famiglie dei coloni si sono mescolate poco con la gente di Sezze, Sermoneta, Cori e gli altri paesi circostanti.

Il centro del romanzo è il Podere 517 che l’Opera Combattenti ha assegnato alla famiglia Peruzzi (anche per via delle imprese squadriste), il perno su cui girano tutte le storie del libro e forse, in tal senso, il titolo del romanzo poteva essere “Podere 517”. Non a caso quando uno dei Peruzzi torna dalla guerra d’Abissina la prima cosa che fa è quella di stringersi alle vacche maremmane dalle lunghe corna ricurve e piangere in ginocchio sulla propria terra, sul proprio sacro Podere. Quello è il nucleo e intorno ci sono le esistenze (gli atomi) dei Peruzzi. Senza quella terra ci si perde e distaccandosene (la famiglia si allarga e occorre altro spazio) si  rischia di smarrirsi.
A proposito di animali. Uno dei personaggi più belli e poetici del romanzo, che di personaggi ne ha davvero tanti, è Armida, la moglie di Pericle, che parla con gli animali, soprattutto con le api e le api sono parte integrante del libro: lo vivono, percepiscono i pericoli, un po' come il mantello nero che ogni tanto la nonna si sogna e annuncia sciagure. Un romanzo, quindi, fatto non solo di uomini ma di terra, di alberi (come gli eucaypti che drenano l'acqua eccessiva e placano i venti del Tirreno), di animali e la storia dei Peruzzi che s’intreccia a quella dell’Italia, alle sciagure del secolo passato (la marcia su Roma, le leggi razziali, il lungo conflitto mondiale, il crollo del fascismo e la guerra civile).
Canale Mussolini è una storia complessa ma che si legge tutta d'un fiato e sbalordisce per l’agilità dei passaggi, le digressioni nel tempo (non ha un procedimento strettamente cronologico), l'arguzia e l'ironia. Un romanzo al quale si augura vivamente, parafrasando Richard Yates, non solo il “successo”, ma tantissimi lettori. Lettori italiani che possano, leggendo questo romanzo, amare di più la nostra Patria costruita faticosamente, con tanto spargimento di sangue, e ora così vilipesa, magari festeggiarla il 2 giugno, come non fanno da sempre deputati e ministri leghisti.
Attenzione però, Canale Mussolini, non è un romanzo agiografico sulla bonifica delle Paludi Pontine né soltanto una saga contadina, è anche uno specchio che mostra i lati oscuri del carattere italiano: la facilità nel lasciarsi abbindolare da chi promette miracoli, la facilità nel perdere la memoria, la facilità con cui si distruggono le cose buone, magari per sentirsi più moderni: a partire dagli eucalypti immersi nel paesaggio dell’Agro Pontino,  i ponti dei canali di scolo che tracciano la valle e che per decenni sono stati punto d'incontro dei coloni e luogo di "appoggio" per solitari fumatori di sigaro (come nonno  Peruzzi).
La storia è narrata da uno che conosce bene i fatti (non è il caso di rivelarne l'identità, sarà una bella sorpresa per il lettore) e che, sentendola molto, esalta la storia della propria famiglia, dei coloni dell'Agro Pontino, con il sole che sbuca all'improvviso ogni volta che Mussolini s'affaccia da quelle parti. Così fascisti e nazisti sembrano associazioni di boy scout protese al benessere comune e Mussolini non il criminale di guerra che fu, per esempio per aver autorizzato l’uso massiccio di iprite (circa 90 tonnellate) sulla popolazione abissina, sui raccolti, sui fiumi e la strage successiva (di cui il romanzo dà conto) per via dell’attentato a Graziani: “Uomo-Dio… Una specie di Messia come per gli ebrei, e del resto non era stato proprio il Papa Pio XI a dirgli Uomo della provvidenza?”.
Così gli si resta fedeli, al Duce, fino alla fine e presso il Canale Mussolini i coloni (almeno una parte quelli rimasti dopo lo sbarco delle forze alleate) combattano accanto a tedeschi e repubblichini per difendere i poderi, l’onore e – parrebbe – la libertà e
la democrazia… Ma l’abbaglio dei coloni ci può stare, rientra nei tempi, nel fanatismo, nella propaganda e se il racconto (“il filò”) ne esalta il coraggio, l’ostinazione e il filo di follia, non esclude un ripensamento: quando un nipote dei Peruzzi chiederà allo zio Adelchi (che in Abissinia ne aveva viste di tutti i colori) delle barbarie commesse, lui che da reduce le aveva giustificate (à la guerre comme à la guerre), si fa triste avvertendo, ora, tutto il peso di quelle atrocità.
Rimanere con i piedi ben piantati nella Storia vuol dire anche questo, riviverla e riesaminarla ogni volta, non dimenticare/edulcorare, analizzare i particolari sotto una luce nuova e con maggior consapevolezza. Apprendere dai fatti passati per non commettere gli stessi errori.
 
Parlavo della marcia di un popolo contadino che dal nord si reca al sud e lavora una terra vergine (“il nostro Mar Rosso”), fino a pochi mesi prima del tutto paludosa (e molti tentativi, nel corso dei secoli, erano falliti miseramente), fonda borghi e città moderne (Littoria, Sabaudia, Pontinia, Aprilia…), combatte la miseria e la malaria. Forse per qesto mi è venuto in mente, leggendo Pennacchi, il romanzo di E. L. Doctorow La marcia, che narra dell’ultimo periodo della guerra civile americana, delle migliaia e migliaia di umili persone (c’erano anche italiani) che si ritrovarono impaludati in una guerra crudele e fratricida. 
Questi sono soltanto spunti interpretativi, che Canale Mussolini è così denso e vasto che richiederebbe ben altra analisi, ma voglio chiudere questo commento aggiungendo almeno due cose. Ci sono dei passaggi molto drammatici nel libro (e questo lo si è capito), ma anche istanti di comicità genuina e irresistibile, come quando il Duce e Cencelli – l’ideatore della costruzione della città – inaugurano Pontinia (il 19 dicembre del 1934): “Ci sono ancora in giro queste foto del Duce che mette la calce con la cucchiara sulla prima pietra, e a fianco Cencelli che pare una mummia, dentro la divisa della milizia con la camicia nera, ma con tutte le fasce e le garze bianche a fasciargli il collo, il mento, metà della faccia e la capoccia tutta intera sotto il fez nero. Pare Tutankhamon”.
L’ultima cosa, last but not least, la lingua narrativa di Pennacchi è vivissima: ironica e travolgente, talvolta dantesca e spavalda, ma sempre precisa e diretta, un mosto di uve pregiate che fermenta in un tino di rovere, sangue che circola rapido nelle vene (nei canali) di un corpo (un Agro) robusto e sano.

Aprono e chiudono il libro due preziosi disegni, firmati dallo stesso Pennacchi e dal pittore Stefano Cardinali, delle Palude Pontine nel 1926 e dell’Agro Pontino nel 1939, con tanto di anofele malarica e mucca maremmana.
 
Antonio Pennacchi, Canale Mussolini (Mondadori, Milano 2010, pp. 461, euro 20,00)

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3 risposte a Antonio Pennacchi, Canale Mussolini

  1. utente anonimo ha detto:

    Bellissimo!!!Un terracinese.

  2. utente anonimo ha detto:

    L'ho sentito l'altra sera al lido miramare, di Gaeta insieme al Sindaco Raimondi e il direttore di LIMES Caracciolo. PENNACCHI é uno scrittore originale.Chi meglio di lui, poteva raccontare cose di vita vissuta in quel tempo.tremila persone provenienti dalle regioni del nord, che poi compresi i figli,trentamila.(on/le Bossi, sta canzone ven a te) come diciamo noi Napoletani.Allora i polentoni non si crearono il problema di essere padani,forse anche x la dittatura fascista.Ma quello che hanno fatto,tutto il lavoro che hanno fatto x bonificare le regioni del centrosud: é lodevole e ammirevole é un grandissimo esempio di patriottismo,di fratellanza e chi più ne ha più ne metta che é sempre poco come gratitudine ai nostri cari fratelli del nord,indipendentemente dalla fame e dal contesto storico.Vorrei altresì ricordare al senatur che il nord ormai é disseminato di terroni, nostri familiari, Perciò mi vien da ridere quando qualche volta,  ancora oggi, si parla di secessione. A questo punto mi ricordo quella frase del Grandissimo Papa Giovanni Paolo 2^, rivolta ai Romani"volemosebene".La stessa la rivolgo al Senatore Umberto Bossi, che tra le altre cose m'é molto simpatico e non é una sviolinatura, ma la verità.Mauro Pelella.

  3. utente anonimo ha detto:

    Quando mi hanno parlato di questo libro, non volevo leggerlo, pensavo che trattasse un argomento che non mi interessa. Poi me lo hanno prestato e…….l'ho letto tutto di un fiato, mi sono immedesimata nella Famiglia Peruzzi, (la protagonista), mi sembrava di vivere le loro disavventure. Mi dispiace che sia finito, spero che all'autore venga voglia di scrivere il seguito.

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