Mario Santagostini, A.

È uscito da un paio di mesi il nuovo libro di poesia di Mario Santagostini, una raccolta breveMario Santagostini, A. ma tesa e intensissima: 18 testi divisi in due parti, e ha un titolo ancor più secco: A. che riflette il suo stile poetico scarno e che punta all'essenziale, a individuare il nucleo stesso delle cose, e della vita.
Alcuni di questi testi erano stati pubblicati  nella silloge Distacchi & Dissonanze uscita nel numero 17 della rivista web Fili d'aquiloni, annunciando l'uscita del libro A. per LietoColle.
In effetti, le ultme quattro raccolte, a partire da L'idea del bene (2001), passando poi per La vita (2003), Versi del malanimo (2007) e, infine, questo nuovo libro, hanno molto in comune: dialogano tra loro e approfondiscono temi già presenti nelle opere precedenti. Per esempio, in questo ultimo libro, torna il contrasto vita/morte, il male e la malattia. In maniera esplicita due poesie si richiamano al libro precedente ("Coda ai Versi del Malanimo"), come a corregere il tiro, a chiosare, a rettificare, a scrutare più a fondo. Alcuni testi, nell'ambito di questa nuova raccolta, hanno lo stesso titolo, ma esprimono lo stesso concetto da un punto di vista diverso o nuovo (dentro/fuori, vivendo o "come se vivesse", v. "Postcreature"). Anche gli stessi luoghi, il paese, il Trentino, cambiano connotati, si modificano respirando il tempo che passa (o, più esattamente, uomini e cose che scorrono nel tempo) e la morte che avanza. 

Così la perdita di un caro amico si fa universo di oggetti, di biciclette sepolte, di gerani che osservano, come se la morte prendesse vita nelle cose inanimate, nella materia più usurata, come se lì si riuscisse ad avvertire qualcosa di Dio.
Quasi un diario del dolore, fatto di scritte, immagini, detriti e rottami, "pezzi di qualcosa che si disfa", case svuotate e questo linguaggio spigoloso ed efficace di Santagostini che ti scava dentro, cerca altre vite, sfasa i tempi e mescola paesaggi (in questa raccolta più trentini che milanesi), taglia in modo obliquo la mimica facciale delle apparenze, squarcia l'esistenza "come un sacco, / o il cellophan zeppo d'aria / che quando è forato / esce in una specie di fischio".

L'amico

Anche Alfonso sta meglio.
Certe malattie
prendono decorsi strani,
vanno a ritroso fino alla salute,
oltre la salute.
Forse, voleva l'eterno
e ha trovato solo la salvezza.
Tetra come un indovino,
metonimia di Dio.

Postcreature, tutti

Da anni, ripeto
che i gerani mi guardano
dentro casa. Astiosi
e supplichevoli, hanno sbagliato
in qualcosa, sono
delle bestie mancate.
I petali, ali malfatte.
Non vivono, reagiscono.

Lettera d'ottobre

Ansie da reducismo
a parte, non sto male. Guardo
macche di bitume,
la parete di cartongesso.
Qui, c'è chi si chiede cosa
è stato un corpo,
se era così importante averlo,
se è stato uno, più di uno,
niente. Alfonso.

Mario Santagostini, A., LietoColle, Faloppio (Co), 2010, pagg. 35, euro 10

Mario Santagostini
Mario Santagostini 
è nato a Milano nel 1951, dove vive. Ha pubblicato le raccolte poetiche Uscire di città (1972), Il sogno di Agostino (1978), Come rosata linea (1982), L’Olimpiade del ’40 (Mondadori, 1994), Nuove poesie (1999), L’idea del bene (Guanda, 2001), La vita (LietoColle 2003), Versi del malanimo (Mondadori 2007), A. (LietoColle, 2010).
Saggista e pubblicista, traduce dal latino e dal tedesco.

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