Simic, Il mondo non finisce

*

Mia madre era una treccia di fumo nero.
Mi portava in fasce sulle città in fiamme.
Il cielo era un luogo troppo vasto e ventoso perché un bambino vi giocasse.
Incontrammo molti altri che erano proprio come noi. Cercavano di infilarsi i cappotti con braccia fatte di fumo.
I cieli lontani erano pieni di piccole orecchie avvizzite e sorde al posto delle stelle.

*

La testa di bambola di porcellana di cent'anni fa che il mare porta a riva sulla spiaggia grigia. Uno vorrebbe saperne la storia. Vorrebbe inventarla, inventarne tante di storie. È stata così a lungo nel mare che gli occhi e il naso sono stati cancellati, il pallido sorriso è ancora più pallido. Con la sera che scende, vorrebbe vedersi camminare lungo la spiaggia vuota e chinarsi su di lei.

*

Tutto è prevedibile. Tutto è già stato previsto. Quello che è nel destino non lo si può evitare. Nemmeno questa patata lessa. Questa forchetta. Questo tozzo di pane nero. Nemmeno questo pensiero…
Nonna che spazza il marciapiedi lo sa. Dice che non c'è nessun dio, solo un occhio qui e là che ci vede chiaro. I vicini sono troppo distratti dalla TV per metterla al rogo come strega.

*

Un morto scende dal patibolo. Si tiene la testa insanguinata sotto il braccio.
I meli sono in fiore. Si dirige alla taverna del paese sotto gli occhi di tutti. Là, si siede a un tavolo e ordina due birre, una per sé e una per la sua testa. Mamma si asciuga le mani sul grebiule e lo serve.
C'è tanta quiete al mondo. Si può sentire il vecchio fiume, che nella sua confusione a volte si scorda e scorre verso la morte.

*

Il tempo dei poeti minori è alle porte. Addio Whitman, Dickinson, Frost. Benvenuti voi la cui fama non andrà mai oltre i parenti più stretti e forse un paio di buoni amici riuniti dopo cena attorno a una caraffa di aspro vino rosso… mentre i bambini stanno per addormentarsi e si lamentano per il baccano che fai nel rovistare in tutti gli armadi in cerca delle tue vecchie poesie, con la paura che la moglie le abbia gettate via durante le ultime pulizie di primavera.
Nevica, dice quello che ha dato uno sguardo alla notte fosca, e poi anche lui si volge verso di te che ti accingi a leggere, in modo piuttosto teatrale e con la faccia che ti si fa paonazza, la sconessa poesia d'amore con l'ultima strofa (a te sconosciuta) irrimediabilmente mancante.

da CHARLES SIMIC, Il mondo non finisce (Donzelli, 2001, pagg. 155, euro 9,30 – a cura di Damiano Abeni

Libro centrale nella produzione poetica di Simic, apparso negli Stati Uniti nel 1989 con il titolo The World Doesn't End: prose poems, e che l'anno successivo ottenne il Premio Pulitzer.Charles Simic
Simic è nato a Belgrado nel 1938, ma a fine guerra la famiglia si trasferisce a Chicago, dove resta fino al 1958 per poi vivere a New York. Per anni pubblica con discrezione su riviste e in piccole edizioni limitate, per poi esordire nel 1971 con Dismantling the Silence (Smantellare il silenzio) con una introduzione di Richard Howard che ne sottolinea l'originalità e "per originalità intendo qualcosa di molto antico (…) queste poesie ci vengono da un enorme 'altro", da una distanza al di là del potere delle parole, forgiata da remoti elementi dell'immaginazione". Libro poi elogiato da Mark Strand. Seguono Return to a Place Lit by a Glass of Milk (1974, Ritorno a un luogo illuminato da un bicchiere di latte) e altri libri che portano Simic al raffinamento della sua forma preferita: la lirica breve ed essenziale. Con Unending Blues (1986, Blues senza fine), Simic allarga il respiro poetico, processo che culmina proprio con The World Doesen't End (1989, Il mondo non finisce), dal quale sono tratti i testi proposti. Poesia legata alla migliore lezione surrealista di stampo europeo e alla poesia statunitense post-moderna, e in tal senso il nome di Simic va accostato a quelli di Ashbery e Strand.

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