Dacia Maraini, La ragazza di via Maqueda

I ventiquattro racconti dell’ultimo libro di Dacia Maraini, La ragazza di via Maqueda (Rizzoli, 2009), sono preceduti da un’introduzione della stessa autrice (“Geografica della narrazione”), testo interessante che intreccia il viaggio all’arte del narrare, come era nei tempi antichi, basti pensare alle Storie di Erodoto di Alicarnasso. Scrive Maraini: “Gli occhi guardano Maraini, La ragazza di via Maquedae le parole prendono corpo? La metamorfosi del viaggio diventa metamorfosi della cronaca”. Importanza del viaggio che fa pensare subito all’ultimo suo romanzo: Il treno dell’ultima notte (2008): viaggio geografico e storico nell’Europa post-bellica, fa venire in mente quel treno dell’incipit che “arranca sulle rotaie” come se volesse rimettere assieme i pezzi di un’Europa dilaniata dalle dittature e dalla guerra. Si pensa a Fosco Maraini, l’instancabile esploratore, figura paterna evocata in questi racconti, se ne avverte la presenza in quell’andare a piedi, in bicicletta, nei boschi abruzzesi ma, soprattutto, nell’esplorazione umana, in quella partecipe e attentissima curiosità degli altri. È un fatto che affascina molto perché questo tipo di curiosità necessità di un candore di altri tempi, un candore sincero e profondo, un candore solitario e coraggioso e la gioia/fiducia nel viaggio (e nella narrazione) è anche speranza di potersi incontrare e capire.
Libro diviso in tre tempi, tre aree geografiche che seguono gli spostamenti e la storia personale dell’autrice: la Sicilia delle origini, Roma (e le sue amicizie, da Moravia a Pasolini, protagonista in due racconti, ma anche le partenze da Roma) e infine l’Abruzzo che è divenuto la sua seconda casa. C’è la mano sapiente di una “giardiniera” nel cogliere i fatti del passato (la ricostruzione storica è sempre meticolosa e a largo raggio), nel “sarchiare, seminare e fare crescere storie”, che è l’humus da dove veniamo, dove sono immerse le nostre traballanti radici.
La prima parte dedicata alla Sicilia è la più consistente, raggruppa la metà dei racconti, e la prima storia è quella che dà il titolo al libro, e poi ci sono tre racconti molto belli, come “Ragazze di Palermo”, “Due o tre cose che so di lei” e “Il naso di Salvo”, che s’incidono nella memoria come romanzi brevi, perché – pur  nella brevità – accadono qui molte cose e l’esistenza dei personaggi è descritta nell’arco di una vita o di parecchi anni.
Anche la seconda sezione, “Roma”, si apre con un racconto delicato e allo stesso tempo durissimo, “Splendor”, così come era accaduto per la precedente sezione, con “La ragazza di via Maqueda”, come a creare un legame, una fratellanza tra le due giovani donne costrette a prostituirsi: per vivere, per staccarsi da un passato penoso. La condanna non si ferma qui, al fatto in se stesso, alla gravità di questi giovani corpi venduti (macchia oscena della nostra società), ma a chi sa e tace, a chi si volta dall’altra parte o a chi finge di essere migliore e poi fa le stesse cose. Quindi, in sostanza, all’ipocrisia e al cinismo che dominano i nostri giorni. Bello poi che nella sezione “Roma” ci sia un racconto che s’intitoli “Europa”, e che qui si parli, attraverso il libro di Robert Graves Miti Greci, delle nostre origini, un viaggio a ritroso proiettato nel futuro del nostro continente, unito (quasi tutto) politicamente, con una stessa bella moneta, e pur tuttavia sentito dai suoi popoli, più che altro, soltanto come "un’espressione geografica".
La terza parte del libro, come dicevo, è dedicata all’Abruzzo ed è la più breve ma anche la più varia: di temi, di storie, di luoghi. Non a caso il primo racconto ci mette nelle mani di Caronte, come per entrare in mondi sconosciuti, misteriosi, come quelli della morte, dell’esistenza di Dio, e poi revocare il terremoto del 1915, lo fa Colomba, che è anche il titolo di un stupendo romanzo della Marini dedicato proprio all’Abruzzo, e poi si retrocede verso un mondo arcaico e affascinante, lontano e fiabesco (“Le serpi di monte Marsicano”), ovvero si torna caparbiamente a quelle nostre radici che ci tengono ben saldi (o così dovrebbe essere) a questa Terra.
Le protagonisti dei 24 racconti sono quasi esclusivamente donne, c’è in loro forza e lucidità, molta ostinazione e coraggio, ma non isolamento dal mondo maschile, desiderio di rivalsa, sì, di riuscire a essere più libere, di lottare per costruirsi una propria vita, ma non odio.  È come se dentro questo bel libro di racconti legati agli spostamenti, fughe, viaggi ci fosse un altro percorso, più sottile e psicologico, quello dentro il complesso mondo femminile in rapida mutazione. A leggere bene è anche un segno di speranza nei confronti del nostro fragile futuro. Insomma, il viaggio non si ferma, i piedi camminano e "li cunti" ci seguono.

Dacia Maraini, La ragazza di via Maqueda (Rizzoli, Milano, 2009, pagg.274, euro 18,50)

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