Mayra Oyuela, Porti di arrivo

Mayra Oyuela

Mayra Oyuela è nata nel 1982 a Tegucigalpa, capitale dell’Honduras, paese che sta attraversando un periodo difficilissimo dopo che il colpo di stato militare del 28 giugno 2009 ha deposto il presidente Manuel Zelaya, eletto democraticamente nel 2006.
Oyela ha pubblicato la raccolta poetica Escribiéndole una casa al barco e pubblicato testi in antologie e riviste. Le tre poesie qui sotto proposte e da me tradotte provengono dal libro di poesia Puertos de arribo (Porti di arrivo), uscitao in Costa Rica nel 2009.

                             
                        Cara immaginazione quello che soprattutto mi piace di te
è che non perdoni.
                                                                                                         
André Breton

BALENA DI SALE
 
A Ezequiel Padilla
 
 
Una balena di sale è apparsa morta
nella piazza Centrale di Tegucigalpa.
 
Nessuno ne sa nulla.
 
L’aspettativa a porte chiuse
e la paura in mano come una pietra disonesta
si scaglia contro il crepitare dei passi.
 
Fucili mozzano speranze,
parole quantiche misurano ingiustizie.
Si solleva un triangolo di fumo sulla piazza
e perfora a quadretti il grido glaciale della moltitudine.
Una violenta sostanza svolta gli angoli,
uomini verdiscuri con bombe trangugiaparole
riempiono le bisacce della disperazione,
racconto comune per incominciare il giorno.
Soltanto sei feriti ha pronosticato un giornale; 
nessuno vide nulla, nessuno sa niente.
 
E la balena di sale torna pietra
per l’impotenza dei volti che sempre le saranno estranei.
 
 
PICCOLA STORIA D’AMORE
 
Torno ai giorni del calendario,
transito quasi spirituale.
Mi muove quell’angelo che porta nelle sue angosce
qualsiasi donna,
vado con il vestito picchiettato di intrepidezza.
L’amore fu come un cardine pronto ad aprirsi
come i miei occhi, come battiti.
Già esaltata in questa ragione
una mano invisibile
s’immerge sotto il mio petto.
Scuoto il resto di spessore lasciato sulle labbra
dai baci di un mordace passato.
L’amnistia non è per i poveri e assai meno
per coloro che non hanno imparto a dimenticare.
 
Comincia aprile e non perdo tempo a ricordare.
Il mantello del capricorno ha investito le mie rotule,
la storia è rimasta inginocchiata
a metà della porta.
 
RIFLESSI
 
Se percorro con la lingua le rotaie
la terra spinge particelle nei polmoni,
piccoli mondi dove transita la mia voce.
Parlo di un oscuro romanzo cavalleresco
attraverso una finestra,
una lugubre tormenta percorre l’orizzonte.
Non c’è maniera più esatta di questa,
percorrere i paesaggi con il palato.
Ossidi tracciano arterie,
silice attraversa spatole che dissotterrano atomi,
humus biforca le spine del pesce
che un tempo, con le sue squame, fermò la nostalgia.
Pronta la notte a crollare, affonderà squassati soli
che dalla mia finestra palpiteranno la loro inutile luce.
 
Ancora vedo il riflesso di un astro ammutolito.
Da questa luminescenza
il cielo è la cappa più profonda
per contemplare fossili.

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