Sonetti domiciliari

Scovato alla Libreria Croce di Roma qualche settimana fa Sonetti domiciliari (1994) di Gianfranco Palmery mi ha sorpreso e mi ha colpito. Per la sobria eleganza del libro (Edizioni Il Labirinto), per i quattro disegni a china di Nancy Watkins ma sopratutto per i quarantadue testi qui raccolti che nella forma classica del sonetto svelano il laboratorio, le abitudini, i retroscena della scrittura in versi. Montejo avrebbe parlato del "forno", come metafora del fare poetico, di quel pane a lievitazione naturale che è (o dovrebbe essere) la poesia. La serietà dell’argomento però è narrata poeticamente da Palmery con fine ironia crepuscolare (più Gozzano che Corazzini), talvolta con sorprendente umorismo che via via si trasforma in un filo rosso che cuce saldamente l’intera raccolta. Un umorismo linguistico ma anche tragico perché alla fine è come se provasse a descrivere il vuoto delle cose. Anche di quelle che si amano, che ci tengono legati alla nostra vita, al nostro agire quotidiano. L’aspetto metrico (rigorosamente classico) di questi sonetti domiciliari regala al lettore un tocco donchisciottesco: l’eroe (il poeta) sa di non essere nessuno eppure lotta con le parole, con la poesia. In sostanza con la vita, per non "incarognirsi in uno stile / penitenziario".  Ma, ripeto, è un gioco sottile e stratificato, e rimando ai testi per goderlo appieno.


*
Mettitelo in testa: niente cambierà;
quello che hai atteso, attendi, non accadrà
mai: l’attesa è tempo già speso: oggi
come ieri, come mai – e così sarà
per sempre; un tempo immutabile, sempre
uguale a se stesso, e in questo sei immerso:
è la tua acqua, il tuo riflesso, sei
tu stesso che succedi a te stesso – ed ecco,
tutto è già successo: ti tirerà
fuori ti ha già tirato fuori chi ti ha messo
alle strette; e dunque non stremarti come
l’eroe che a pagina settantasette
ancora si muove si agita e non sa
che eiste la pagina del suo decesso.


*
 
 
Dove ritrovo i pensieri che pensavo
stanotte o solo un momento fa: aria fumo –
questi stessi pensieri sul pensiero
che svanisce svaniscono non lasciano
di sé che un segno di secco inchiostro
sulla carta – come il nero del fumo
sul muro: la funerea traccia
che dice solo il passaggio, la scomparsa.
Ah pienezza del pensiero che va
inafferrabile e vivo, evanescente-
mente estraneo alla sua vanità:
quieto e rapido respiro della mente
che si espande, ritrae: aria fumo:
finché scompare, spiritale niente.

*
 
Non vorrei incarognirmi in uno stile
penitenziario, nel genere notizie
e dispacci dalla casa di pena –
semmai domestico: è il mio domicilio,
con tutti i conforti, cucina e covile:
qui mi aggiro, qui piego la schiena
inchiodato alla sedia, ischio e ilio,
con la vista che cala, la calvizie
che avanza, mentre i giorni si confondono
con le notti, l’umiltà con l’orgoglio,
e io riposo mangio veglio mi spoglio
in un tenpo incantato che gira in tondo –
questo cos’è: uno stile da forzato
o da ultimo domicilio dichiarato?

Gianfranco Palmery, Sonetti domiciliari (
Edizioni Il Labirinto, Roma, 1994, pagg, 62, s.i.p.)
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