L'attesa, di Pablo Gozalves

Sulla scia dei grandi poeti boliviani (come Jaime Saenz, Blanca Wiethüchter e tanti altri) Pablo Gozalves, nato a La Paz, dove vive, nel 1977, fa il suo esordio letterario nel 2005, con la raccolta poetica La espera, tradotta in italiano dalla poetessa Caterina Camporesi, con il titolo L’attesa (libro diviso in quattro parti o momenti) e pubblicata dalla casa editrice veneziana Sinopia, che molto sta facendo per diffondere in Italia la buona poesia boliviana. Pablo Gozalvez è anche artista grafico e pittore, e le sue opere sono state esposte non solo in Bolivia ma anche all’estero. Lo scrivo perché il libro contiene quattro disegni a china dell’Autore, simbolici-grotteschi, di volti che sembrano maschere deformate dal dolore (o dall’attesa?). L’attesa è un esordio che convince, meditato nella costruzione, maturato nel silenzio ("La poesia è silenzio /e il silenzio /macchia / dello spirito") e nella contemplazione, "masticando idee" tutti i giorni, fatto di poesie intense e simboliche, levigate nel linguaggio, che spesso dicono tutto in pochi versi:

Pablo Gozalves, L'attesa
Fermarsi
al filo dell’abisso
e comprendere
che lo spirito
attende nel limite.

Solitudine vedetta.


Come scrive Caterina Camporesi (che da poco, ma lo fa bene, si cimenta nell’arte della traduzione) nel saggio che chiude la raccolta "la poesia, grazie al misterioso intreccio di suoni e senso, possiede il meraviglioso dono di comunicare l’essenza del suo significato letterale". Ecco, L’attesa comunica qualcosa di profondo ed essenziale, come un desiderio d’avvicinamento e di scoperta, i passi fatti in solitudine, le titubanze e le speranze dell’atto creativo, le discussioni con un se stesso osservato dall’esterno, e poi di un’altra presenza ("un terzo Occhio") e quella della donna amata con il suo corpo che risplende ("La tua pelle / delinea / il silenzio / le tue mani / infiammano / l’infinito"). Lo fa per gradi, per "pennellate", allargando il verso e ampiando il respiro del testo nella parte finale del libro, ma sempre tacendo sui particolari, sui dettagli – affidandosi ai suoni e al ritmo – di una ricerca esistenziale e sentimentale che intreccia il dolore al desiderio e all’estasi, la fragilità dell’essere e dell’esistere alla forza dell’amore, dei gesti e dell’erotismo. Così come avvicina (e fonde) i versi alla pittura:

Uno specchio in un foglio.
Un pezzo di carbone che penetra nello specchio
e abbozza una figura.
Varie orme rincorrono altre orme.
Alla furia delle linee sovrapposte
seguono ore di contemplazione e di distanza.

All’improvviso, la presenza si manifesta,
ordina e delinea le tracce;
le agita e le mette in discussione.

Lo specchio e il foglio si separano,
divorziano nel limite per liberare un esito.
Una rivoluzione nei sensi.

Anche La Paz rimane sullo sfondo, avvolta in un alone metafisico, soltanto in chiusura si delinea  ma subito "si dissolve nello specchio". Nella città "Uomini di cera abitano vie e strade, /avanzano, /travalicano la giuntura secca delle mani. /Goccia a goccia / si sciolgono all’orizzonte".

Pablo Gozalves,  L’attesa (Sinopia, Venezia 2007, a cura e traduzione di Caterina Camporesi, pagg.86, s.i.p. – con una prefazione di Martha Canfield e quattro disegni dell’Autore)

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