Lettera ad Antonio Moresco

Caro Moresco,

ci sono arrivato stanotte finalmente a pagina 546 della nuova edizione Einaudi delle Lettere a nessuno, dove tra le lettere appare quella che indirizzi a me. Non importa che un paio di amici mi avessero preavvertito (ma avevo volutamente dimenticato il numero di pagina) o che forse lo stesso testo fosse già apparso su Fernandel o sul mezzo (non ricordo di preciso) dove si svolse ai tempi la discussione di cui fa parte: sono lo stesso rimasto un po’ atterrito come in quella logora gag dove lo spettatore televisivo viene additato da un personaggio che esce dallo schermo e sottratto alla passività bofonchiante della sua poltrona.

Capisco i tuoi argomenti e i tuoi controesempi. Che personaggi incredibili, fatti enormi, strappi rispetto a qualunque continuità di verosimiglianza o convenzione popolino alcuni capolavori d’arte.

Solo, gli artisti che emozionano me di solito sono quelli che puntano su esattezza, nitore, perfino frugalità di immagini e toni, sono loro che per qualche motivo entrano di più in risonanza con la mia sensibilità. E non credo che questo significhi che il loro influsso o le vite di cui parlano o di chi li ama abbiano una ridotta ampiezza di significati o di portata morale (non posso peraltro nemmeno escluderlo, come si fa a fare confronti?, come misuri tu l’essere impegnato o la significatività della gente?).

Non farai spero l’errore di pensare che un pugno in faccia o un ormonale egocentrismo scuotano sempre di più di una parola a bassa voce. Bisogna vedere che pugno e che parola, quali le intelligenze e le sensibilità che li animano.

Del resto tu stesso citi come grandi – e sono d’accordo – artisti elegiaci e “tenui” come Svevo, il Cechov narratore, Tozzi.

Ci credi che la mia vita è cambiata incontrando un racconto di Carver dove si parlava di quisquilie? Credi che quello shock valga poco o sia di ridotta portata solo perché non è passato attraverso simboli a tinte forti?

In Lettere, in La cipolla o nei Canti la tua voce narrante mi perde quando si ostina in quelle calcate immagini di afrori fecali o genitali o di angustie ostentate, quando taccia infantilmente di omologata cecità chi non ti capisce e di genialità chi ti accoglie, e mi riconquista, per esempio, nell’affettuosa lunga lettera alla suocera, mi pare, in tante pagine della seconda parte delle Lettere, nella condanna dello squallore dell’amicizia intesa come vassallaggio e protezione anziché come dialettica e sincerità, nella rivendicazione del valore di una scrittura che non deve scusare la propria esistenza.

Dici magnificamente che l’intelligenza senza radicalità d’idee serve a poco.

Ecco: non credo che la radicalità d’idee richieda anche radicalità a oltranza di toni o di immagini per fecondare la sensibilità di un lettore, e per essere, di conseguenza, utile a qualche forma di progresso.

Ciao, grazie della tua lettera.

Michele Governatori

(pubblicata l’8 gennaio 2009 su Facebook)

 

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Una risposta a Lettera ad Antonio Moresco

  1. giuseppeierolli ha detto:

    Non ho letto il libro di Moresco e, perciò, prendo solo spunto da una parte della tua lettera, dove parli della radicalità. Capisco che possa essere una discussione senza fine (ma quale discussione seria non lo è?), ma io ho sempre pensato che qualsiasi “capolavoro” non possa che essere “radicale”. Il pugno in faccia fa parte dello stile e, in questo senso, per parlare di un ambito letterario che conosco meglio, Jane Austen non è meno radicale di Charles Dickens, o Emily Dickinson non lo è meno di Walt Whitman. I pugni in faccia radicali lasciano segni visibili, le carezze radicali no: ma da quando il valore di un’opera si giudica dai lividi?

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