"Il nuovo giorno" di Andrea Caterini

Sebbene abbia già pubblicato scritti di critica letteraria e artistica sia su riviste cartacee che on line, con questo «Il nuovo giorno» (Hacca editrice, 2008) Andrea Caterini è al suo esordio in narrativa. Nonostante la giovane età del suo autore, questo romanzo è estremamente ambizioso. Vanni inscena il finto rapimento di suo fratello Lavinio, convinto che solo in questo modo riuscirà a costruire un rapporto autentico e reciproco con lui. Si fa così rinchiudere come ostaggio nel covo dei finti rapitori: non altro che la stanza di un Hotel il cui nome è – guarda caso – "Samsa" come il kafkiano protagonista di una sconvolgente metamorfosi. E sarà proprio un radicale cambiamento quello che vivranno i due personaggi, raccontato dallo scrittore romano con una prosa che si abbandona spesso a derive poetiche. Ne ho parlato con Caterini, nell’intervista che segue.

L’intuizione di base è notevole: non è sufficiente essere parenti per essere anche legati, reciproci. Un invito a vivere attivamente i rapporti di parentela anziché limitarsi a nascondersi dietro l’alibi della famiglia?
Più che attivamente direi al limite. Ho scritto la storia di due fratelli per capire cosa fosse la fratellanza. Ma è stato lo stesso Lavinio a farmi scavalcare la prospettiva, a chiedere che si andasse più lontano: “rinunciare a se stessi per se stessi”. Penso che ogni legame che viviamo debba essere estremo, portato al limite. Ma troppo spesso si vive come cristallizzati dentro una bolla di vetro, senza lasciare che sia il corpo anzitutto a scoprirsi diverso e nuovo grazie a un rapporto, a una reciprocità. Conoscersi significa pure ri-conoscersi attraverso l’altro; per questo l’altro è la nostra intimità. Quindi ogni legame, che sia di sangue oppure no, deve essere necessariamente estremo. Penso all’amicizia e all’amore che sono forme e strumenti assoluti di conoscenza. Le amicizie, gli amori se non hanno come base la fratellanza – mettere in gioco, a rischio l’interezza del nostro essere quindi – sono pure questioni nominali su cui non vale la pena spendere parole. Perché tutto, alla fine di ogni fine (ed è questo che volevo far vivere con estremità ai due fratelli) deve essere vissuto fino in fondo.

Un romanzo nel romanzo, si è detto a proposito di questo tuo «Il nuovo giorno». Eppure oltre alla corniceAndrea Caterini narrativa e al diario ritrovato a me sembra che esista un terzo piano di lettura, tutt’altro che secondario: quello dei sogni di Vanni. Quanto conta la dimensione onirica nella tua storia?
 Il sogno è fondamentale perché è la stessa vita che ci chiede di essere sognata prima ancora di essere vissuta. Il sogno è anche un modo per cercare la frattura attraverso cui la realtà si lascia toccare e ripetere. La ripetizione non come monotonia, ma come scoperta e disvelamento. Penso ai testi sacri e all’Apocalisse come ripetizione della Genesi. L’Apocalisse, quindi, non come qualcosa che si attende ma come qualcosa che è già avvenuto e si ripete di volta in volta nel nostro riconoscerci nuovi e, allo stesso tempo, sempre estranei al mondo e a noi stessi. Un sogno nel sogno, quindi. Vanni capisce cosa sta succedendo, fuori e dentro di lui, sognando, e scrivendo cerca di recuperare quel sogno, come nel tentativo di fissarlo, renderlo davvero reale.

Vanni è un operaio. Lavinio, suo fratello, un impiegato. Quando, leggendo, ho scoperto che mestiere facevano ho pensato che stesse per andare in scena anche una lotta di classe su base familiare. Poi mi sembra invece che questo tema non sia stato sviluppato a sufficienza. E’ così?
La lotta di classe di cui parli, non è affrontata in modo sociologico e non credo che sia la letteratura a doversi occupare di sociologia (lo scrittore non può essere ideologico, ma libero – e questa libertà deve cercarla con tutte le forze, quotidianamente), se non traducendola in racconto, in romanzo appunto. Mi interessava invece la lotta a un pensiero precostituito, ovvero quello che vorrebbe che un operaio non possa leggere Dante ad esempio, o che un impiegato sia necessariamente un uomo grigio. Ecco, cercavo di scavalcare un a-priori che molto spesso preclude la possibilità di conoscere realmente una persona, lo stesso a-priori che ha inizialmente Vanni rispetto al fratello. Tutto questo, però, non è estraneo al nucleo del romanzo, al suo significato. È certamente uno di quegli elementi che fanno del nucleo un ellisse di senso.
 
Parliamo del linguaggio. Vanni scrive il suo diario abbandonandosi spesso a una prosa poetica molto ricercata. Vanni è corporeo, sanguigno, ma quando scrive diventa quasi puro pensiero. Come hai lavorato allo stile del diario di Vanni?
Ho cercato di trovarmi addosso, proprio sul corpo dico, la poesia di cui parli. E mi sono pure accorto che il corpo non è un principio ma un fine, qualcosa che si deve riconquistare giorno per giorno. Allo stesso modo la lingua è la risultante dell’espressione. Se pensiamo che è dalla stessa lingua che una civiltà si edifica, allora capiamo pure che questa è già contenitore e contenuto di tutti i significati. Credo poi che non ci sia altro tipo di scrittura se non sotto dettatura. Noi siamo solo il mezzo, il ponte tra la verità del cuore – i suoi movimenti ellissoidali, le sue aritmie che ci svelano la musica del nostro corpo – e il mondo, tra storia e assoluto, tra io e realtà. Il mio lavoro sulla lingua, allora, è stato un tentativo di rispondere alla domanda iniziale del libro. In quella domanda sulla fratellanza si è sviluppato il senso stesso della lingua, il suo muoversi non verso orizzonti ma attraversando transiti, che, del resto, è sempre difficile saper riconoscere: sai da dove vieni ma non sai cosa attraverserai.

In coda all’ultimo capitolo c’è una poesia che ha lo stesso titolo del romanzo. All’inizio ho pensato fosse un’appendice, ma quando l’ho letta mi è sembrata invece il germe da cui tutto è partito. Come dialogano questi versi con il testo che li precede?
In realtà la poesia è stata scritta dopo la stesura del romanzo, e nasce dalla necessità di cantare, per così dire, il “nuovo”. Resta un’ambiguità in quei versi, perché non si sa chi può averli scritti. Mi piace pensarla scritta dalla prospettiva del sogno, oppure da una prospettiva per la quale è lecito pensare che sia lo stesso Lavinio ad averla scritta. Ma rimane comunque l’obliquità dei significati e dei legami che fanno i significati. Finisce per essere l’eppure che sta dopo la stessa verità. Dopo aver raccolto sul proprio corpo tutta la gioia e il dolore, dopo avervi aderito totalmente, resta la certezza che dobbiamo, nonostante tutto, continuare a vivere. E occorre essere sapienti – non saggi – per continuare a vivere. Lo dico proprio in senso etimologico: saper raccogliere e riconoscere in sé il colore nel sapore delle cose.

Andrea Caterini (Roma, 1981) ha pubblicato testi critici su ”Nuovi Argomenti” e ”In Limine”. È cofondatore della rivista online ”(il) Crise” e collabora al Centro per l’Arte Contemporanea, La Nuova Pesa. Attualmente sta curando i “Diari” di Enzo Siciliano. ”Il nuovo giorno” è il suo romanzo d’esordio.

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