Philip Roth, tra "Patrimonio" e "Everyman"

Pubblicato negli Usa nel 1991 Patrimonio – Una storia vera esce soltanto ora in Italia (Einaudi, 2007 – traduzione di Vincenzo Mantovani), a seguito dell’altro libro di Philip Roth (1933) Everyman (Einaudi, 2007), che aveva visto la luce nel 2006. Pubblicazione necessaria se si tiene conto che Patrimonio è l’antecedente di Everyman, i temi restano quelli: la malattia, la morte, il dolore, l’impotenza (davanti al dolore e alla morte). Solo che nel primo, ovvero in Patrimonio, la narrazione assume l’aspetto di una cronaca in diretta della malattia del padre di Roth, l’assicuratore Herman Roth, che nel 1988, arrivato a 86 anni senza problemi di salute e mentre trascorre l’inverno in Florida, scopre di avere un grosso tumore al cervello che già gli ha provocato una paralisi di una parte del viso e gli concederà solo pochi mesi di vita. Il vecchio godeva di ottima salute e, prima della malattia, aveva ancora tanta voglia di vivere e di raccontare a tutti il proprio passato ("il patrimonio"): com’era la città di Newark agli inizi del 900, la sua famiglia, il mondo ebraico e le sottili discriminazioni nei luoghi di lavoro nei confronti degli ebrei, dei negri o dei cattolici da parte dei protestanti bianchi e potenti, le sue tante esperienze di lavoro. Il figlio Philip lo assiste con amore, lo porta ai controlli, lo ascolta, lo lava quando si smerda e pulisce il bagno sparso dei suoi escrementi e si sente impotente per non poter fare di più, per non frenare il decadimento, per non poter alleviare la depressione che la sofferenza alimenta. E il padre dirà al fratello maggiore (e Philip sta ascoltando casualmente quella conversazione telefonica) che il figlio minore si comporta con lui come se fosse una mamma. Nel libro si parla anche della maniacale abitudine di Philip, che in questo caso gli sembra quasi impudica, di scrivere sempre sulle cose che sta vivendo, senza alterarle, di prendere appunti in continuazione. 
Quello che si legge in questo libro è, spesso, molto duro e straziante, ma è l’essenziale per capire tutto: Roth non indietreggia davanti al dolore, non lo nasconde, ma non si attarda in descrizioni "ad effetto", né avanza parogoni, ipotesi e metafore. Solo che il dolore tira su altro dolore, così lo scrittore narra o, meglio, accenna ad altri episodi. Come, per esempio, agli incontri con Primo Levi e poi al suo suicidio, a quel volo giù per le scale che Roth amava salire a piedi, a Torino, quando si recava a trovare lo scrittore italiano.
 Il padre è afflitto più per il proprio decadimento fisico che per la malattia, scontato preludio alla morte. La mancanza d’indipendenza lo deprime eppure non frena la sua voglia di comunicare con il figlio (accetta di firmare il testamento biologico), i nipoti, i vicini di casa. Sebbene a volte lo faccia in modo brusco. La malattia muta l’aspetto fisico e il carattere. Ma anche il figlio improvvisamente, a soli 56, anni viene colpito da una specie di infarto mentre nuota, così viene ricoverato e operato d’urgenza per l’innesto di cinque bypass. Allora la morte si sdoppia: quella del padre potrebbe essere anche quella dei figlio. Questa è la genesi del futuro romanzo Everyman, scritto quindici anni dopo Patrimonio, ma la differenza non sta soltanto negli anni che separano i due libri (e i fatti accaduti), il primo è "Una storia vera", come viene specificato nel titolo, così come è vera la foto di copertina che ritrae il padre giovane con i suoi due figli (uno dietro l’altro) nell’agosto del 1937. Il secondo libro, ovvero Everyman, è un romanzo in cui si rielabora quel vissuto, come se la cronaca diventasse storia, quello che può accadere e accadrà a tutti (è solo questione di tempo), a ogni uomo, e non a caso la copertina del romanzo non riporta foto e, su richiesta di Roth, l’edizione italiana del romanzo è priva di qualsiasi immagine e lo sfondo è nero. La morte qui si fa universale, pur parlando dello stesso autore, della sua operazione al cuore, della sua invidia nei confronti del fratello maggiore che scoppia di salute, degli impulsi sessuali, ecc. In Patrimonio, al contrario, è l’intimità del dolore, della malattia, della morte e la scansione del libro è da reportage, e tutto è strettamente legato agli accadimenti concreti, reali, senza tante divagazioni. Una cronaca in diretta, dicevo, commovente fino alle lacrime e bella, di un grande scrittore che sta dando prova non solo di "resistenza narrativa", visto i tanti buoni libri che seguita a pubblicare, ma di un’acuta e originale capacità d’osservazione e riflessione sull’uomo (e su se stesso).
Se tutti i personaggi di Roth si sentono oppressi dalle memorie familiari, etniche e religiose e quindi lottano tenacemente per staccarsene e crearsi una propria identità e una nuova forma (più libera sebbene "sradicata" e, quindi, proprio per questo, traballante, piena di dubbi,  sofferta e spesso ambigua) in Patrimonio il figlio (che si fa madre) vede nel padre morente, con la faccia deformata dalla malattia, la fine e la distruzione di tutte quelle memorie tessute in ottantasei anni di vita e, d’istinto, è preso dal desiderio di salvarlo o, quantomeno, d’aiutarlo a resistere a vivere dignitosamente, e con il padre, a tenere in vita proprio quelle memorie, quel patrimonio, appunto. Perché, come Roth scrive in chiusura, non bisogna dimenticare nulla. Per questo Herman, l’assicuratore ebreo, "sarebbe rimasto vivo non soltanto come mio padre ma come il padre, per giudicarmi qualunque cosa io faccia".

Philip Roth, Patrimonio – Una storia vera (Einaudi "Supercoralli", traduzione di Vincenzo Mantovani, pagg. 191, euro 16,50)

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2 risposte a Philip Roth, tra "Patrimonio" e "Everyman"

  1. giuba47 ha detto:

    Ho letto “Everyman”, ma non “Patrimonio”. Da questo tema a volte si cerca di scappare, ma il rischio è davvero che viviamo in un mondo solo più proiettato nel futuro e che dimentica che la morte c’è e che la morte vera è l’assenza di memoria. Grazie, Giulia

  2. utente anonimo ha detto:

    ho letto “parimonio” e l’ho consigliato a giovani e meno giovani. Roth ha il potere di scrivere situazioni pesanti con un pizzico di umorismo che rende leggero il libro, Prima o poi ci ritroviamo tutti.

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