Sei anni e mezzo dopo gli aeroplani

Don DeLillo, "L'uomo che cade"La quarta di copertina denuncia involontariamente il punto debole di questo romanzo. È il passaggio in cui dice «Don DeLillo racconta l’America del nuovo secolo, il trauma, la paura e i rituali per esorcizzarla». Mi chiedo cosa ci sia che non va, in questa frase, mentre rigiro il libro tra le mani prima di iniziare a leggerlo e poi mi rendo conto che questa frase sarebbe stata bene su uno qualunque dei libri di DeLillo: sono decenni che questo scrittore racconta l’America del nuovo secolo, molto prima che il nuovo secolo arrivasse. È un veggente, è un profeta della paranoia collettiva e dunque questo romanzo, scritto dopo i fatti, nasce già vecchio.
Cosa accadrebbe se un giorno si scoprisse che gli elfi esistono davvero e che ogni giorno si consumano epici scontri a colpi di incantesimi e spade di orchi? Beh, probabilmente gli scrittori fantasy andrebbero falliti, o quanto meno dovrebbero velocemente rifarsi una carriera come cronisti… Più o meno a questo deve aver pensato DeLillo quando quell’11 settembre ha visto, come tutti noi, la fusoliera del volo 175 della United Airlines venire inghiottita dalla Torre Sud del World Trade Center.
E, sia chiaro, non lo dico io, ma lo dice lui stesso, a pagina 13 del suo «L’uomo che cade» (perché è chiaro che è di questo romanzo di DeLillo che stiamo parlando), quando, alla domanda «Cosa ci riserva il futuro?», fa rispondere a uno dei personaggi: «Non ci riserva niente. Non c’è. Il futuro era questo. Otto anni fa misero una bomba in una delle torri. Allora nessuno ci disse che cosa ci avrebbe riservato il futuro. Il futuro c’è appena stato. Il momento in cui bisogna aver paura è quando non c’è motivo di averne. Ora è troppo tardi».
Già, il futuro era questo, benvenuti. E se il futuro era questo, ed è materia narrativa, il romanzo di uno scrittore-veggente non può che nascere vecchio.
Chi frequenta le pagine di DeLillo sa bene quanto spesso ricorrano, anche nei romanzi pre-11 settembre, le Torri Gemelle. Un feticcio, un simbolo. «Ma è proprio per questo che avete costruito le torri, no? – chiede il tedesco Martin alla sua amante americana e alla figlia di quest’ultima nel settimo capitolo – Non sono forse state costruite come fantasie di ricchezza e potere destinate un giorno a trasformarsi in fantasie di distruzione? Una cosa del genere la si costruisce soltanto per vederla crollare. La provocazione è evidente. Altrimenti perché spingersi così in alto, e poi raddoppiare, farlo due volte? In fin dei conti è una fantasia, perché non realizzarla due volte? In pratica è come dire "ecco qua, ora buttatela giù"». Se una battuta come questa l’avesse scritta in Underworld avremmo strabuzzato gli occhi nel leggerla, ma oggi, ahimè, non ci fa più nessun effetto.
Riconosciamolo: "sei anni e mezzo dopo gli aeroplani" (per usare il tormentone scandisci-tempo usato dall’autore nel romanzo), siamo ormai saturi di immagini, testimonianze, scritti, teorie, libri e film sull’11 settembre. Non c’è più niente che possa sembrarci inedito, insolito, autentico.
Le pagine del romanzo in cui DeLillo descrive gli istanti immediatamente successivi all’attacco sono notevoli, ma hanno uno sbiadito aspetto di deja-vu.
Sia chiaro: non sto sminuendo le doti narrative di DeLillo. Questo autore continua a saper muovere la prosa, sulle pagine, in un modo che lascia sempre ammirati. Volendo fare una recensione vera e propria al romanzo (ma non è questo quello che intendevo fare scrivendo queste righe) potrei dire che mi ha un po’ deluso la frettolosità con cui lo scrittore ha descritto la preparazione dei terroristi (erano le pagine da cui mi attendevo di più), ma tanto di cappello di fronte all’immagine dei bambini che aspettano Bill Lawton (non dico altro per non rovinare la sorpresa a chi ancora deve leggere) o alle descrizioni di Las Vegas.
Ripeto, il punto non è questo. Per quanto mi riguarda concedo a DeLillo l’onore delle armi per essersi cimentato con un tema difficile per tutti e impossibile per lui e per esserne uscito con duecento pagine in fondo buone (esagera il New Statesman quando dice «Leggendole, ricordatevi di respirare», ma è vero che si tratta di una bella esperienza di lettura).
Il punto, e chiudo, non è questo. Il punto è un altro. La frase è fatta: la realtà ha superato la fantasia. «L’uomo che cade» è la concretizzazione di questo concetto. È quel che accade quando i tuoi peggiori incubi si avverano. Molte cose sono diventate maledettamente più complicate dopo l’11 settembre. Scrivere è tra queste. Ma qualche autore ne ha fatto le spese in modo più pesante di altri.

Don DeLillo, L’uomo che cade, Einaudi, 2008, pagg. 260, €17,50

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