Céline, la cagna e la commedia umana

Il pezzo qui sotto di Milan Kundera (traduz. Massimo Rizzante) è apparso oggi su Repubblica, lo trascrivo, visto che il 2 febbraio (ore 19, Libreria Croce) I Libri In Testa affronterano, in un faccia a faccia, il romanzo di Céline Morte a credito.
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Da pagina 129 a pagina 131 di Da un castello all’altro (1957), di Céline, la storia di una cagna; proviene dalle glaciali contrade della Danimarca dove era abituata a lunghe fughe nelle foreste. Quando Céline ritorna in Francia, la porta con sé. Fine delle fughe. Poi, un giorno, il cancro: "Non volevo farle una puntura… nemmeno darle un po’ di morfina… avrebbe avuto paura della siringa… non le avevo mai fatto paura… è rimasta in fin di vita almeno quindici giorni… oh non si lamentava, ma io vedevo… non aveva più forze… dormiva accanto al mio letto… a un certo punto, un mattino ha voluto uscire di casa… volevo stenderla sulla paglia… non ha voluto… voleva stare da un’altra parte… nel posto più freddo della casa, sui sassi… si è allungata dolcemente… ha cominciato a rantolare… era la fine… me l’avevano detto, io non ci credevo… ma era vero, si era distesa in direzione del ricordo, da dove era venuta, dal Nord, dalla Danimarca, il muso a nord, rivolto a nord… una cagna estremamente fedele, fedele ai boschi dove fuggiva, Korsor, lassù… fedele anche alla vita atroce… i boschi di Meudon per lei non significavano niente… è morta dopo due, tre rantoli… oh, molto discretamente… senza nessun lamento… una postura davvero molto bella, slanciata, in fuga… ma su un fianco, stremata, finita… il naso verso le sue foreste in fuga, lassù da dove veniva, dove aveva sofferto… Dio sa quanto! oh, ne ho viste di agonie… qui, là… dappertutto… ma mai nessuna così bella, discreta… fedele… quello che danneggia l’agonia degli uomini è il tralalà… l’uomo, malgrado tutto, è sempre su un palcoscenico… il più semplice".
   Quello che danneggia l’agonia degli uomini è il tralalà. Che frase! E: "l’uomo, malgrado tutto, è sempre su un palcoscenico"… A chi non viene in mente la macabra commedia delle "ultime parole famose"? È così: anche in punto di morte l’uomo è sempre su un palcoscenico. Anche "il più semplice", anche il meno esibizionista, poiché non sempre è lui a porsi su un palcoscenico.
   Infatti, quando non è lui a farlo, sono gli altri. È il suo destino di uomo. E il "tralalà"? La morte vissuta sempre come qualcosa di eroico, come un gran finale a teatro, come la fine di una lotta.
   Leggo in un giornale: in una città si fanno volare in cielo migliaia di palloncini rossi in omaggio ai malati e ai morti di Aids! Mi soffermo su quel "in omaggio". In memoria, in ricordo, in segno di tristezza o di compassione, sì, comprenderei. Ma in omaggio? C’è qualcosa da celebrare, da ammirare in un malato? La malattia è un merito? Ma è così che vanno le cose, e Céline lo sapeva: "quello che danneggia l’agonia degli uomini è il tralalà".
   Mi dico ancora una volta: grazie ai suoi terribili smarrimenti, il romanziere Céline è stato capace di scoprire nell’esistenza umana quello che nessuno ha potuto vedere prima di lui. Quel tralalà, ad esempio, dell’uomo (di ogni uomo) in agonia.
   Molti grandi scrittori della sua generazione si sono confrontati come lui con la morte, con la guerra, con il terrore, con le torture, con l’esilio. Ma hanno vissuto tutto ciò dall’altra parte della frontiera: dalla parte dei giusti, dei futuri vincitori, delle vittime santificate dalle ingiustizie subite, insomma, dalla parte della gloria. Il "tralalà" (l’autosoddisfazione morale che desidera farsi vedere) era discretamente, innocentemente, invisibilmente presente in tutti i loro comportamenti, sebbene essi non potessero percepirlo né nominarlo. Ma Céline, cito una frase del libro di Philippe Muray (Céline, Seuil, Paris, 1981), uno dei saggi più luminosi sull’autore del Viaggio al termine della notte, "si è preso cura di gettarsi immediatamente nell’immondezzaio della Storia"; per vent’anni si è trovato fra i condannati e i reietti, colpevole fra i colpevoli. Tutti, intorno a lui, erano stati ridotti al silenzio. Egli è stato il solo a dare voce a un’esperienza esistenziale unica: l’esperienza di una situazione completamente priva di tralalà.
   Questa esperienza gli ha permesso di vedere la vanità non come un vizio ma come una qualità consustanziale all’uomo, qualcosa che non lo abbandona mai, nemmeno nel momento dell’agonia; e sullo sfondo dell’inestirpabile tralalà umano ha potuto vedere la bellezza inattesa e sublime della morte di una cagna. 

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Una risposta a Céline, la cagna e la commedia umana

  1. MondNacht ha detto:

    Ma che blog meraviglioso!

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