Questo amico che avevo sul lavoro, Bud

Prosegue la sesta stagione dei Libri In Testa, in cui ogni serata è dedicata al faccia a faccia con un libro.

Questo amico che avevo sul lavoro, Bud. Un faccia a faccia con «Cattedrale» di Raymond Carver
Dopo aver affrontato «Il Gattopardo» a ottobre, proseguiamo ora con Cattedrale di Raymond Carver. Ci faremo strada tra i vari racconti della raccolta attraverso letture e interventi.

L’appuntamento è sabato 24 novembre, alle ore 19, presso la saletta al secondo piano della Libreria Croce di Corso Vittorio Emanuele II, 156 a Roma. L’ingresso è libero.

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12 risposte a Questo amico che avevo sul lavoro, Bud

  1. winyan ha detto:

    Sono stata sabato alla libreria Croce a sentire l’incontro su Carver, mi è venuto in mente qualcosa da dire, premetto che ho letto solo la raccolta Cattedrale.
    A proprosito proprio del racconto Cattedrale, credo al suo interno vi sia un riferimento al concetto che Carver aveva del racconto come forma letteraria, in relazione anche alla sua evoluzione stilistica che proprio si esplicita con quella raccolta di racconti.
    In una intervista prima dell’uscita del libro ebbe a dire a proposito “….in un certo senso è come costruire una cattedrale della mente ( a fantastic cathedral, dice). L’importante è riuscire a realizzare un lavoro perfetto a regola d’arte”. Allora io mi chiedo se quella cattedrale disegnata, incisa su carta spessa da uno dei protagonisti, nelle sue linee essenziali ,nelle sue strutture portanti, non stia metaforicamente a rappresentare quello che Carver considerava l’architettura del racconto, qualcosa di più ampio e meno scarno dellla sua prima narrativa, più costruito, più elaborato, ma sempre scevro da qualsiasi riempimento barocco e decorativo, una struttura elaborata ma sempre essenziale, in cui gli elementi interni aumentano ma rimangono circoscritti in linee precise e ben delineante, incise appunto, tanto che anche un cieco riesce a comprendere quale la forma di una cattedrale,ed un vedente riesce a distaccarsi da una realtà scontata e a liberarsi con la mente.
    “Prima ho disegnato una specie di scatola che pareva una casa” dice il marito: la casa una dei luoghi dove spesso C. ambienta i suoi racconti, nucleo centrale della coppia, uno dei temi principali di C., una delle sue ossessioni..infatti poi il cieco dice ” Ora mettici qualche persona. Che cattedrale è senza persone?” La casa/ racconto prende l’aspetto d’una struttura più complessa cattedrale/ racconto.

    Credo, comunque, che il suo stile possa considerarsi il prodotto di una certa espressività tipicamente americana, che, non subendo il peso della complessità della cultura europea, si manifesta nella tendenza a liberarsi di ogni elemento superfluo, e punta all’essenza delle cose, come essenziali sono certi paesaggi americani e l’umanità che li attraversa.Le narrazioni di Carver sono comunque stringate, scorci di realtà colte nell’attimo in cui si svolgono, come se fossero quelle immagini che si captano, da un treno in corsa,attraverso le finestre delle case illuminate, non hanno una storia compiuta, sono frammenti di storie possibili,pezzi di quotidianità che contengono al loro interno la problematica del vivere, di una quotidianità e problematicità però,tipicamente americane, della provincia americana, di quella classe sociale che non riesce a realizzare il sogno americano, che viene marginalizzata da una società che fa del successo l’unica via possibile alla felicità.
    beh se l’ho fatta lunga, mi scusa….:-)
    un saluto, alla prossima.

  2. utente anonimo ha detto:

    anch’io sarei voluto intervenire ma l’ora tarda mi ci ha fatto ripensare
    (non si potrebbero anticipare un pò questi incontri ?).
    faccio riferimento ad uno degli ultimi interventi (elvio?)
    che si è concluso con l’affermazione
    che carver parla di una umanità “altra”,
    distante da noi.
    vorrei dissentire su questo
    e chiedervi:
    coppie in crisi, mamme che vanno dal pasticcere ad ordinare la torta di compleanno per il proprio figlio,
    padri che fuggono dalle proprie responsabilità,
    vi sembrano realtà così lontane dalla nostra vita quotidiana?
    io non credo.
    complimenti per quello che fate.
    fabio.

  3. FedericoP ha detto:

    Winyan, Fabio,
    mi fa davvero piacere leggere i vostri interventi su questo blog. Mi sono sempre rammaricato del fatto che le persone che intervenivano ai nostri incontri non lasciassero poi traccia su questo spazio che è stato pensato proprio per proseguire, senza vincoli di tempo, le nostre chiacchiere letterarie nella saletta della Croce. Ora vedo che finalmente qualcosa si sta muovendo!
    Per Fabio: l’orario di inizio delle nostre serate è stato più volte “tarato” nel corso degli anni e inevitabilmente, accontentando uno, si scontenta un altro. A me personalmente le 19 sembrano l’orario “giusto” per iniziare, ma è chiaro che è una questione soggettiva.
    Per l’altra questione, lascio la parola a Elvio.
    Grazie per i complimenti e alla prossima.

  4. elviocipollone ha detto:

    ciao fabio, ma io varamente avevo fatto un ragionamento leggermente diverso. questa umanità raccontata da carver, alcolismo, figli senza padri, incapcità di vivere etc, so che esiste, mi circonda ma normalmente, dico, non ne ho una esperienza approfondita diretta, voglio dire a me non capita di dialogare tranquillamente con un alcolizzato o un padre che mi racconti di non aver nulla a che spartire col figlio, o madri che mi confessino di aver partorito un aborto o diseredati che vagano senza meta. cioè so che sistono ma non ne ho un’esperienza diretta, capisci cosa voglio dire? è per questo che dico che attraveso i racconti di carver ci entro in contatto perché lui mi fa toccare annusare vedere sentire ciò che so che c’è ma che resta separata da me. elvio

  5. utente anonimo ha detto:

    Condivido quel che dice Winyan sull’importanza della raccolta “Cattedrale” per quel che riguarda lo stile e la poetica di Carver. Ho anche accennato nel mio intervento che probabilmente il titolo della raccolta (tra l’altro diversissimo dagli altri suoi scritti) preso dal titolo dell’ultimo racconto (e non a caso messo per ultimo) è un modo per sottolinarne l’importanza e, insieme, il passaggio a una scelta narrativa più ampia e di più largo respiro.

    alessio

  6. giuseppeierolli ha detto:

    Riguardo all’intervista di Carver citata da winyan: “….in un certo senso è come costruire una cattedrale della mente ( a fantastic cathedral, dice).” e alla cattedrale come metafora dell’architettura del racconto, mi sembra che nel corso della serata qualcuno, non ricordo chi, abbia parlato di questa possibilità. Sarebbe stato interessante collegarla con l’intervista, che non conoscevo.

  7. utente anonimo ha detto:

    Buona sera a tutti.
    A Fabio: personalmente sono d’accordo con te. Riflettevo dopo la serata di sabato su questo: che forse l’umanità cui si rivolge Carver è quella non tanto dei diseredati, quanto di chi patisce il vuoto, l’assenza di prospettive, o di prospettive ultime. Io, che pure non sono – per ora – alcolizzato e mi ritengo – per ora – soddisfatto della mia vita familiare e professionale eccetera, mi sento parte di quell’umanità, e forse per questo quand’ho scoperto Carver una decina d’anni fa ne sono rimasto folgorato.

    Forse adesso è tardivo, ma è il mio turno di fare una piccola cronaca della serata di sabato:
    abbiamo letto stralci e discusso di alcuni racconti della raccolta “Cattedrale” di Raymond Carver. Ci siamo chiesti cosa significhi “minimalismo” e se Carver meriti l’etichetta. Probabilmente la merita solo se ci riferiamo al nitore scarno del suo stile, come Fiamma sostiene leggendo il racconto che dà titolo alla raccolta, dove non vede altri minimalismi che quello in un’accezione solo stilistica del tema. Di più: Federico ravvisa per il resto una pietas carveriana che si contrappone al cinismo di altri scrittori americani contemporanei (un gentile signore del pubblico proporrà a proposito la definizione di “sguardo da medico”, schietto e nello stesso tempo benevolo). Elvio, che non ama molto Carver e quindi ha il compito più difficile di tutti, cerca (estremizzo!) di relegarlo a scrittore dei derelitti, mentre Alessio al contrario nota come i racconti di Cattedrale, diversamente da altri carveriani, vedano protagonisti una classe piccolo borghese. Giuseppe ci parla del vuoto, del fatalismo con cui un protagonista carveriano accetta e in qualche modo interpreta con atavica semplicità e disponibilità le sue disavventure e i segnali – apparentemente casuali – che il mondo gli dà.

    Michele Governatori

  8. utente anonimo ha detto:

    mi trovo in perfetta sintonia con fabio: i personaggi di carver non sono affatto lontani dal nostro quotidiano ed avevo interpretato allo stesso modo l’intervento di elvio.
    ora una piccola curiosità:
    diversi anni fai mi avvicinai
    a questo scrittore comprando in maniera molto casuale,
    semplicemente perché attratta dal titolo, la raccolta “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore”. ne rimasi profondamente delusa tanto è vero che non riuscii a leggerlo tutto.
    ritenterò l’impresa e vi saprò dire …
    ciao a tutti.
    rosaria

  9. winyan ha detto:

    Di nuovo io,( a proprosito mi chiamo maria, mi ero dimenticata di firmare) concordo con quanto detto sopra,la marginalità di cui parlo nel mio post precedente infatti era riferita proprio a quella classe media che si barcamena economicamente e spiritualmente per trovare un senso nella vita, confrontandosi con i modelli, che gli vengono proposti, della felice famiglia americana nelle casette stile disney, e che poi si scontra con una realtà completamente diversa e ne viene schiacciata, da qui anche il vuoto che spesso i personaggi si trovano ad affrontare. Secondo me, infatti, nel racconto La briglia, il protagonista che si butta dal tetto nella piscina non si vuole suicidare, è semplicemente indifferente al fatto che potrebbe morire.
    Nei racconti di Carver c’è molto della sua vita, delle sue esperienze,senza che mai siano direttamente autobiografici, il suo è una sorta di realismo che si scompone in mille frammenti, in tanti frame non consequenziali l’uno all’altro, ma che nell’insieme danno una visione unica di una realtà.

    A proposito di marginalità, quella vera , quella dei border-line, degli e-marginati,mi viene da pensare che nella letteratura americana è rappresentata sopratutto nel romanzo genericamente noir , penso a Goodis, Thompson, Crumley, Sallis, Burke, anche Sturgeon o… Mosley seppur diverso per alcuni aspetti, fosse solo che è afro-americano e quindi con tematiche specifiche, etc.

    Volevo, per finire, dire ancora un cosa, in realtà l’altra sera sarei voluta intervenire per citare quel passo dell’intervista e dire altre cose, ma il tempo a disposizione è un pò poco perchè il dibattito si possa allargare, secondo me l’orario degli appuntamenti va bene è la durata dell’incontro che dovrebbe essere allungata.

    un caro saluto, maria.

  10. giuseppeierolli ha detto:

    Maria: “secondo me l’orario degli appuntamenti va bene è la durata dell’incontro che dovrebbe essere allungata.”
    Dopo la serata, in pizzeria, ci siamo chiesti se l’incontro fosse durato troppo o troppo poco. In questi casi è sempre difficile decidere quando chiudere: da una parte c’è la possibile noia, l’orario di cena, dall’altra la voglia di approfondire qualche spunto che magari nella discussione è rimasto un po’ in ombra. In effetti bisognerebbe essere in grado di capire se il brodo si sta allungando troppo o se la minestra è ancora al dente e si deve aspettare. Insomma, bisogna affinare un po’ l’arte dell’assaggiare.

  11. winyan ha detto:

    Si, certo, credo di capire, non deve essere facile percepire il grado di partecipazione, interesse ed attenzione di chi vi sta intorno, il momento giusto di chiudere, io avrei mille dubbi;
    non vorrei essere invasiva..ma.. e se il tempo a disposizione fosse libero…del tipo…vi lasciano la sala per un tot, metti due ore…e poi quello che viene viene….no eh?? già rimane il problema di capire quando è il momento di concludere…
    va beh ci ho provato,
    ciaoo,
    maria

  12. utente anonimo ha detto:

    il realismo di Carver io definirei tendenzialmente lirico. così come la sua poesia è tendenzialmente narrativa.

    alessio brandolini

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