Cano Gaviria e Walter Benjamin

Aveva viaggiato molto, prima di ingoiare le compresse di morfina che lo porteranno alla morte, Walter Benjamin. Nato a Berlino nel 1892 si era laureato in Svizzera, a Berna, nel 1919. Era stato a Mosca più volte, e in Italia, aveva vissuto a Parigi dopo l’avvento del nazismo. Un ebreo in fuga o, meglio, in "europeo" in fuga. La fortuna del suo pensiero in Europa ha avuto inizio soltanto negli anni ’60. Quando si uccise era conosciuto a una ristretta cerchia, che però andava ben oltre la Germania. A dimostrazione che le idee, quando sono originali, circolano comunque. E stranamente in Italia la sua fortuna è stata più grande che altrove. A partire dal primo libro pubblicato dall’Einaudi nel 1962, Angelus Novus e poi, nel ’66, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, nel ’71 Il dramma tedesco barocco e nel ’75 l’autobiografico (e molto poetico) Infanzia berlinese. Opere fondamentali del pensiero contemporaneo.
Ricardo Cano Gaviria è uno scrittore colombiano, nato a Medellín nel 1946, ma dal 1970 vive in Spagna, vicino Barcellona. Affascina il fatto che sia un autore americano, trasferitosi in Spagna, a raccontarci gli ultimi momenti di un europeo costretto alla fuga, che spera di raggiungere l’America (e quindi la sicurezza) e che, invece,  trova la morte in Spagna. Il passeggero Walter Benjamin (Le Lettere 2007) uscì in Spagna nel 1989, poi – rivisto – in Venezuela nel 1993 e di nuovo in Spagna – rivisto di nuovo – nel 2000. Anche l’edizione italiana è stata ulteriormente rivista dall’autore, e quindi risulta inedita nella lingua originale. Scherzi del destino ma in linea con il pensiero di Benjamin che affermava che la lingua, essendo una creazione divina, è l’essenza dell’uomo. Ovvero, il  romanzo di Cano Gaviria tende alla precisione storica e filosofica: le modifiche si rendono necessarie via via che vengono alla luce nuovi documenti del pensatore berlinese. Cano Gaviria sull’argomento ha scritto anche articoli e reportage su quotidiani spagnoli. Il suo romanzo è sì una "finzione", come ogni romanzo, ma ben documentata e precisa nei fatti storici. Il libro è diviso in due parti, con un "Esordio" che fa il punto della situazione: l’arrivo dopo l’attraversamento dei Pirenei a Port-Bou, il 25 settembre 1940, del quarantottenne Walter Benjamin. Uno scrittore ebreo, che già era fuggito da Berlino, poi dalla Parigi occupata e ora spera di partire per l’America da Lisbona, dopo aver attraversato la Spagna franchista. All’arrivo con lui ci sono cinque donne e un bambino: l’ingresso viene negato, i sette devono tornarsene subito nella Francia di Petain. Ma è tardi, gli concedono il permesso di restare una notte: "Walter Benjamin, che a stento aveva sopportato la traversata a piedi dei Pirenei, non sopportò la navigazione di quella lunga notte in una miserabile stanza d’albergo, e il giorno dopo, presumibilmente all’alba, ingerì la dose di morfina che favorì, o forse provocò, il suo decesso". Così il romanzo descrive l’arrivo, la sistemazione nelle stanze, le speranze di fuga, e poi entra nella stanchezza di Benjamin, nei suoi ricordi e via via rallenta man mano che ci si avvicina al momento della morte perché, come scrive Cano Gaviria, nel citato "Esordio": l’autore trova forse il suo maggiore stimolo nella seguente riflessione, inserita da Benjamin in uno dei suoi più illuminanti lavori sulla narrazione: "Allora, il romanzo non è significativo perché ci presenta, in modo magari esemplare, un destino estraneo, bensì perché quel destino estraneo, in virtù della fiamma che lo consuma, ci offre un calore che non otterremmo mai dal nostro stesso destino. Ciò che trascina il lettore verso il romanzo è la speranza di riscaldare la propria vita tremante grazie alla morte di cui legge". 
Benjamin sta male, un medico viene a visitarlo. I minuti diventano ore, i ricordi, le dettagliate descrizione di città, gli amori, i libri letti, i versi della Bibbia, le riflessioni, le immagini, l’avvento del nazismo che sconvolge la Germania e il mondo, il presente che s’intreccia al passato, il tempo che si blocca a Port-Bou, il domani che è già quasi oggi. Come si sa Benjamin si impegnò a fondo nello studio di Proust, e nei capitoli finali (v. "Moriendo vivere non est necesse") la lingua del romanzo, che segue il flusso di pensiero di Benjamin, risente di questo aspetto e fonde le diverse sensazioni che affluiscono nella mente e nel corpo di un uomo che si sta avvicinanado alla morte, la accoglie come un traguardo finale: "comprese che ormai alla frontiera non gli avrebbero più richiesto alcun salvacondotto, e con la stessa allegria di chi constata che, malgrado tutti i contrattempi sorti, non è arrivato tardi all’appuntamento, tirò un sospiro di sollievo e chiuse tranquillamente gli occhi dietro gli spessi occhiali da miope".
Sono molti i libri apparsi negl ultimi anni su Walter Benjamin, questo di Ricardo Cano Gaviria forse è il più affascinante, certo il più benjaminiano, pur nella sua originalistà di scrittura, e di pensiero.

Ricardo Cano Gaviria, Il passeggero Walter Benjamin (Le Lettere, collana Latinoamericana, traduzione di Alessandro Rocco, Firenze 2007, pp. 163, € 16,00)

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3 risposte a Cano Gaviria e Walter Benjamin

  1. LilianaRosa ha detto:

    una (sud) americana ringrazia (non sai quanto!) per “autore americano”.

  2. utente anonimo ha detto:

    Ho trovato molto interessante la tua recensione. Giulia

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