L'identikit del nostro pubblico

#n#a## B##d#elli del mensile "####are" ha intervistato Federico Platania dei Libri In Testa. L’articolo è apparso sul numero di maggio 2007. Riportiamo qui un ampio stralcio dell’intervista perché ci interessa soprattutto la parte in cui il nostro "collega" dice che noi non conosciamo il nostro pubblico. Quale sede migliore di questa per dipanare le nebbie?

ILIT

 

###scito dalla pizzeria con la testa ricoperta di crema catalana!

A proposito: ma è vero che vi chiamate I Libri In Testa perché prima di esibirvi regolarmente alla Libreria Croce facevate serate in oscuri locali romani tirando fisicamente i libri in testa a chi non vi ascoltava con attenzione?
Non so davvero chi ha messo in giro questa leggenda, però è divertente! No, in realtà non esiste un ur-ILIT Le cose sono andate in modo molto meno avventuroso: ci siamo conosciuti su internet, come molti, e abbiamo deciso di dare vita a questo strampalato gruppo di “lettori forti” organizzando, non so come definirli… eventi? Diciamo eventi letterari. In libreria, ovviamente.

Già, come definire le vostre serate? Reading? Conferenze? È esagerato dire che voi proponete una forma molto particolare e libera di teatro?
ILIT hanno esordito con una forte componente “teatrale”. La nostra prima serata in assoluto, parliamo del lontanissimo febbraio del 2003, ha visto addirittura la partecipazione di un attore vero e proprio e c’era una messinscena, anche se non scritta battuta per battuta, comunque definita, in cui ognuno di noi doveva cercare di convincere questo attore appunto, che impersonava un “non-lettore”, che leggere è bello.

Io ricordo anche una serata in cui in fondo alla sala c’era una teca con sopra una madeleine, chiaro riferimento a Proust. Poi ricordo l’utilizzo di voci incorporee, striscioni in lingue incomprensibili. Insomma una certa attenzione per l’aspetto scenografico ha percorso tutta la vostra produzione.
A distanza di anni ritengo che quel lato sia stato più negativo che altro. Voglio dire: o usi una scenografia o non la usi. Non puoi fare teatro a metà, non ha senso. In una delle ultime serate, ad esempio, abbiamo proposto una serie di letture dedicate ai fenomeni atmosferici. Così abbiamo deciso di appendere un barometro di carta sulla parete di fondo. E ogni ILIT prima di leggere posizionava la lancetta sulla situazione meteorologica della lettura. Un’idea che poteva avere il suo potenziale. Solo che quel barometro era grande quanto un foglio A4. Capisci qual è il problema? Se hai un’idea buona la devi portare fino in fondo, altrimenti ti si ritorce contro. Lì bisognava costruire un barometro di carta grande un metro quadrato, illuminarlo bene con un faretto e prevedere degli effetti sonori di sottofondo, la pioggia, gli uccellini che cantano perché c’è il sole, a seconda di dove mettevamo la lancetta. Quella sì che sarebbe stata una scenografia. Invece…

Magari è anche questione di mezzi, di tempo di realizzazione.
Di organizzazione. È una questione di organizzazione e di costanza, perché poi quando si è trattato, per un’altra serata, di realizzare un DVD ad hoc con immagini di quadri famosi a corredo delle letture, l’abbiamo fatto senza problemi. Abbiamo montato il videoproiettore e tutto. Il fatto è che siamo discontinui. In questo siamo molto… artisti! E poi c’è il problema del pubblico.

Cioè?
Non abbiamo mai capito esattamente cosa pensa il pubblico di noi. Non conosciamo il nostro pubblico. Questa è una cosa che io vivo male, mentre vedo che gli altri miei “colleghi” ci pensano di meno. Da quasi cinque anni, decine di persone si riversano nella sala della Libreria Croce per assistere alle nostre cose e noi non sappiamo se veramente sono in sintonia con noi. Abbiamo toccato punte di oltre quaranta persone a sera, che per un evento letterario è una cifra da guinness dei primati, se pensi che uno scrittore famoso raccoglie sì e no quindici, venti persone quando presenta un libro. Ma avranno capito cosa facciamo veramente, qual è la nostra proposta? Non lo sappiamo.

Tu, personalmente, cosa pensi?
Io penso che quello che noi facciamo, che abbiamo fatto fin dall’inizio, è qualcosa che non puoi inscatolare in nessuna categoria esistente. È questo è meraviglioso, ma è anche un gran casino. Quando abbiamo esordito avevamo poche idee, ma molto chiare: odiavamo le presentazioni classiche e ridicole, in cui c’è l’autore al centro e due critici ai lati che gli fanno i complimenti; non ci interessavano i reading dove il performer legge ciò che ha scritto, perché – giustamente – riteniamo che alla gente gliene freghi assai poco di quello che scriviamo noi. L’idea è stata di una semplicità lampante: leggere quello che scrivono gli altri, classici e contemporanei, viventi e non, in serate costruite intorno a un tema conduttore, che spesso era solo un pretesto. Questa cosa ha funzionato proprio perché non la faceva nessuno. Gratis, per giunta. Invece ha colmato un vuoto, è stata la risposta a una domanda che c’era eccome.

Beh, ma allora lo sai cosa pensa il pubblico.
Sì. E no. Perché poi non capisci mai se sono davvero entrati nel nostro meccanismo. La domanda è: se noi facessimo le presentazioni che non ci piacciono e i reading che non ci piacciono la gente verrebbe lo stesso? Io temo di sì. Non so se mi spiego…

Più o meno. E il gran casino quale sarebbe?
Il gran casino è che questa nostra proposta è così fragile, così sfuggente, che rischia di non essere compresa. Tu interromperesti un attore mentre sta recitando? Beh, in una serata è successo. Allora vuol dire che il pubblico non ci vede come performer ma come relatori. Ma allora perché quando gli chiediamo di intervenire non lo fanno? Non so se mi spiego: è come se noi avessimo dato vita a una cosa che sta proprio sul confine tra la rappresentazione e la discussione e la gente cade un po’ di qua e un po’ di là, ma mai dove e quando vogliamo noi.

Una specie di blog dove la gente non commenta.
Ma lo sai che è bella ‘sta metafora! Te la frego subito. Ecco, le nostre serate sono come un blog umano. Lo spazio web è la saletta della libreria, ogni nostra lettura, con il commentino prima o dopo, è un post. E il pubblico dovrebbe commentare, però questo raramente accade. Quando accade, sia chiaro, è bellissimo. Per me le serate più riuscite non sono quelle dove leggiamo "bene", ma quelle in cui il pubblico partecipa in modo intelligente.

Comunque scusa se ti ho interrotto, stavi parlando dell’originalità della vostra proposta.
Sì, originalità intesa non solo in senso positivo, ma con tutta la criticità che questo termine comporta. Noi stessi ci abbiamo messo un po’ ad affinarla questa idea iniziale, anche con qualche scazzo interno su cosa si doveva e non si doveva fare. Alla fine abbiamo questo format che funziona, perché poi – alla fine – al di là di tutti i ragionamenti che ci puoi fare sopra, se la gente viene vuol dire che l’idea funziona.

Ma qual è l’evoluzione di tutto questo?
Secondo me, ma questa è solo la mia opinione personale e forse di qualche altro ILIT, non certo di tutto il gruppo, secondo me, dicevo, noi abbiamo esplorato tutte le possibilità di questa formula. Ci hanno ospitato in serate fuori casa come il festival di letteratura di Livorno, abbiamo partecipato alla Notte Bianca, abbiamo addirittura fatto una serata virtuale videoripresa e diffusa su internet. Potremmo andare avanti all’infinito facendo i manieristi di noi stessi oppure mettere il punto a questa storia e cominciare a pensare, seriamente, alla versione 2.0

E in cosa consisterebbe questa versione 2.0?
Eh, in questi giorni il dibattito interno è accesissimo su questo punto. Io dico che abbiamo davanti due strade: o radicalizziamo l’aspetto teatrale di cui parlavamo prima oppure lo abbandoniamo completamente. Non riesco a pensare, io almeno, a una via di mezzo.

Puoi essere… meno astratto?
Nella prima ipotesi le serate ILIT diventerebbero delle vere e proprie messinscene con una scenografia, un’illuminazione adatta, una base musicale, un utilizzo costante di contributi videofotografici, un copione sufficientemente rigido. Nella seconda ipotesi daremmo vita a delle chiacchierate intorno a libri, autori o temi letterari, instaurando un clima conviviale e libero dove magari superare anche l’ansia della durata: tre quarti d’ora massimo se no il pubblico si annoia! Ma magari no: se uno ha perso mezz’ora per trovare parcheggio per venire di sabato pomeriggio al centro di Roma a sentire me che parlo di libri, magari se dopo quaranta minuti chiudo la serata si incavola pure. Non so, capisci?, è tutto legato all’identikit del nostro pubblico. Forse dovremmo ripartire proprio da lì.

Adesso voglio chiederti una cosa che mi gira in testa da un sacco di tempo: come vi è venuta in mente l’idea del ca###

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