Libertà e oppressione nella Delfi di oggi

DelphiL’investigatore privato Egon Hereafter viene convocato nella Delfi dei giorni nostri per indagare sulla violazione dei sistemi di sicurezza del Santuario di Apollo compiuta da due individui non identificati. Il caso, a prima vista semplice, impegnerà Hereafter più del previsto, ma soprattutto lo porterà a contatto con una misteriosa organizzazione, il Controllo, che governa di fatto il destino degli abitanti della città. Questa, in sintesi, la trama di Delfi, il nuovo romanzo di Sandro Dell’Orco, appena uscito per l’editrice Hacca. Un intreccio complesso che ospita una prosa estremamente pulita e una metafora dell’umana incapacità di resistere. Ne abbiamo parlato con l’autore.

La Delfi che dà il titolo al romanzo, con i destini degli abitanti che si incrociano a quelli degli immigrati russi o ucraini, con questo fantomatico Controllo modellato su tante organizzazioni mafiose o massoniche, ricorda molto le città italiane dei giorni nostri. Ci parli di questa ambientazione.
In realtà, se si sta alla lettera del romanzo – e questo è un romanzo che va preso assolutamente alla lettera (che non è né simbolico, né allegorico, ma significa esattamente ciò che significano le sue parole) -, se si sta dunque alla lettera, il Controllo non è modellato affatto sulle organizzazioni mafiose e massoniche, e non è ad esse paragonabile. Queste ultime basano infatti il loro potere sulla coartazione del pensiero e/o della volontà di individui autonomi, in ultima analisi sulla violenza, mentre il pensiero e la volontà del Controllo vengono accolti e fatti propri dai cittadini di Delfi come fossero propri, come se non ci fosse alcuna distinzione spirituale tra essi e il Controllo. Si tratta dunque di un processo molto più profondo e radicale di una sopraffazione fisica o mentale. La sopraffazione presuppone ancora l’esistenza di individui autonomi, mentre a Delfi ci sono ormai mere esistenze fisiche che adottano come spirito l’unico spirito esistente, quello del Controllo.

Sandro Dell'OrcoIl protagonista Egon Hereafter è un personaggio tutto intuito e "gioiosa spontaneità dell’infanzia", molto diverso dall’ideale classico di investigatore alla Poirot. Come mai la scelta di creare un detective privo del metodo scientifico?
La domanda presuppone nell’autore un potere che non ha, quello di scegliersi un determinato protagonista e dei personaggi che pensano e agiscono come lui vuole. Questo non è possibile e nemmeno augurabile: se così fosse l’opera nascerebbe morta, e annoierebbe a morte l’autore e il lettore. Ciò premesso, è vero che l’investigatore Egon Hereafter rifugge il metodo scientifico d’indagine di tutti i suoi colleghi, e con esso la “ratio” e la stessa logica, e ciò ne fa un caso – non unico – ma certo molto particolare nella storia degli investigatori della letteratura. Egli fa questo perché non può fare altrimenti: concepisce il suo lavoro come gioia, libero e felice abbandono alle forme del mondo che dovrebbero indicargli la strada – più o meno come accade nel comportamento animale o in quello dell’uomo arcaico -, e ogni applicazione dell’intelletto e della ragione strumentale lo affatica e annoia oltre ogni limite, spegnendo in lui ogni felicità e leggerezza.

Leggendo "Delfi" vengono in mente "Il pendolo di Foucault" di Eco, ma anche i romanzi di Kafka o certe finzioni borgesiane. Quali sono – se ve ne sono – gli influssi letterari più forti nel romanzo?
Né Borges, né Eco, che io sappia, hanno qualcosa da spartire con il mio romanzo. Mentre sono consapevole che esso non sarebbe stato possibile senza l’esistenza di Franz Kafka e dei suoi romanzi. Kafka è inimitabile, ma non irraggiungibile. Basta esser disposti ai suoi stessi sacrifici per la letteratura, basta raggiungere la vetta che lui stesso ha raggiunto, e si schiude anche per noi la sua prospettiva. Non si tratta di acquisire da lui una tecnica o uno stile, qualcosa che si possa apprendere o appunto “imitare”, ma di sacrificare nei fatti la propria unica vita alla rappresentazione della proprio mondo interiore, alla gioia estetica.

In una telefonata rivelatrice a Egon Hereafter, il vicedirettore del Museo di Delfi, Alexis Themelis, passa improvvisamente da toni ossequiosi a toni minacciosi e autoritari. E’ il simbolo di un realtà di cui non ci si può fidare? Degli inganni dei sensi che ci tendono imboscate a ogni istante?
Ripeto, in questo romanzo non c’è alcun simbolo, le parole rappresentano solo il loro significato, accade solo quello che è scritto. Alexis Themelis è gentile e ossequioso finché non gli sorge il sospetto che Egon non sia sincero con lui. Quando ciò accade cambia comprensibilmente tono nei suoi confronti, rimproverandogli a quel punto anche la precedente scortesia di aver abbandonato l’indagine senza alcun preavviso.

«Delfi» è congegnato come un giallo metafisico, con una buona dose di erotismo. Tutti elementi di sicura presa per il lettore. Tuttavia, al di là del potenziale di intrattenimento che il libro indubbiamente ha, affiora in più punti, tra le pagine, una morale esistenziale. Ce ne vuole parlare?
Non penso a generi quando scrivo. I generi sono classificazioni a posteriori. Che si possa inquadrare «Delfi» come “giallo metafisico con una buona dose di erotismo” non mi emoziona, trattandosi di una mera definizione concettuale. Mi sento invece coinvolto dalla sua riuscita come opera d’arte letteraria. L’autore ha un’ importantissima funzione, quella di esprimere il dolore che natura e società procurano all’uomo nel corso della vita. Egli, oppresso come tutti dall’ordinamento naturale e sociale, al contrario di tutti vi reagisce con un’azione liberatoria, emotiva e spontanea, che diventa obbiettiva, perché ognuno vive la sua stessa oppressione e desidera liberarsene. Si tratta di un’azione finta, illusoria, mimetica, in verbis, ma almeno così viene all’esistenza testimoniando il dolore e il desiderio umano di abolirlo. Fare questa libera azione  e  proporla all’esecuzione di tutti i lettori è il significato principale, o, per usare le sue parole, “la morale esistenziale” di questo libro.

Sandro Dell’Orco è nato a Catanzaro e vive a Roma, dove lavora presso l’Istituto per il Libro del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Ha pubblicato il romanzo «I Benefattori» (Manni Editori, finalista al Premio Feronia), oltre a diversi racconti e saggi di critica letteraria per riviste e antologie italiane e straniere. È redattore del bimestrale «Libri e riviste d’Italia».

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2 risposte a Libertà e oppressione nella Delfi di oggi

  1. utente anonimo ha detto:

    scusa, l’intervista è vostra?

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