Un manipolo di inaffidabili caratteriali

Qualche giorno fa, sulle pagine del Corriere della Sera, lo scrittore italiano Mario Desiati ha scritto un pezzo in cui esprimeva la sua solidarietà nei confronti di Pietro Ichino, il giuslavorista minacciato dalle nuove BR, lamentandosi del fatto che nessun altro dei suoi colleghi scrittori avesse fatto altrettanto.
Oggi, sempre sul Corriere (16 marzo 2007, pag. 55), un altro scrittore italiano, Diego Marani, interviene sulla questione. Riporto la parte finale del suo intervento (i grassetti sono miei):

Diego Marani(…) Mi viene il dubbio che anche il generoso slancio di Desiati sia contagiato da un’altra deformità tutta italiana che è quella di reclamare l’appoggio e l’impegno sociale degli scrittori.
Come se gli scrittori fossero la suprema istanza della società, da cui ci si aspetta una liberatoria benedizione intellettuale. Per il bene dell’Italia, da scrittore, chiedo che non mi venga fatto carico di tanta importanza e rivendico il diritto di non essere impegnato in nient’altro che la mia scrittura.
Insomma, che non ci si prenda troppo sul serio, che l’Italia non si affidi a un manipolo di caratteriali che hanno semplicemente trovato nello scrivere un blando sollievo per il loro malessere. Lo spiega bene Ichino che la società post-moderna è infinitamente complessa e che le grandi semplificazioni del passato sono impraticabili. Così liberiamoci una volta per tutte dall’ombra dello scrittore impegnato e della sua fosca barba che ha oppresso gli anni della mia gioventù e ha seminato nella società italiana una concezione malsana della scrittura.
Da noi scrivere è un atto sciamanico e chi scrive viene considerato capace di poteri divinatori. La minaccia e la promessa suprema di ogni italiano in un determinato momento della sua vita è: "scriverò un libro".
Attenti al vostro collega d’ufficio! Da un momento all’altro potrebbe rivelarvi che scrive e che il sogno della sua vita è diventare scrittore! Come si può affidare il giudizio di un’intera società a gente simile? Un consiglio, lasciateci perdere, limitatevi a leggerci e giudicateci su quello. Quanto all’impegno, ci sono tante categorie di intellettuali ancora ideologicamente vergini cui rivolgersi. Odontotecnici, geometri, agronomi, veterinari, architetti, osteopati, sono infinitamente più affidabili di noi.

Voglio riportare anche la risposta di Sergio Romano (il pezzo sopra riportato, infatti, è apparso nella rubrica Lettere al Corriere, curata appunto da Romano):

La manifestazione di solidarietà per Pietro Ichino mi ha fatto molto piacere, ma credo che lei abbia ragione.

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6 risposte a Un manipolo di inaffidabili caratteriali

  1. utente anonimo ha detto:

    Diego Marani ha interpretato il mio pensiero davanti a quella lettera di Desiati.

    Michela Murgia

  2. FedericoP ha detto:

    Ciao Michela!
    La mia opinione è che la lettera di solidarietà scritta da Desiati sia arrivata fuori tempo massimo. Per quanto riguarda quella di Marani… mah… è sarcastica ma ambigua. Ma la cosa che mi ha sbalordito di più è stata la risposta di Sergio Romano.

  3. utente anonimo ha detto:

    Perchè, Federico? Invece a me avrebbe stupito il contrario, nel senso che almeno in una cosa Marani ha insidacabimente ragione: non esiste nessuna comunità degli scrittori (peraltro in perfetta mala fede Desiati non ha sparato a caso: i cosidetti “scrittori precari” hanno nomi e cognomi precisi) e non esiste nessun nesso significante tra un silenzio e un assenso. Cascare nella trappola del “chi non solidarizza si accusa” è un gioco vecchio, Desiati è arrivato fuori tempo massimo anche in quello.

    Michela

  4. FedericoP ha detto:

    Sulla posizione di Desiati la penso come te. Su quella di Marani, invece, non so che pensare. Io sinceramente non sono riuscito a capire se il suo intervento era provocatorio o sincero. In entrambi i casi non mi trovava d’accordo.
    Ma, after all, la risposta di Romano è clamorosa. In pratica dice (e lui mi sembra che lo dica nella più totale sincerità) che è vero, gli scrittori sono inaffidabili caratteriali, gente che ha trovato nello scrivere un rimedio al loro disagio mentale e che le loro opinioni andrebbero prese alla stregua di quelle di chi non ci sta tanto con la testa (!)

  5. utente anonimo ha detto:

    hum… io l’ho interpretato in senso ironico, ho colto piuttosto l’intenzione di demitizzare e di sdrammatizzare. L’idea che gli scrittori possano essere degli spostati che usano la scrittura come catarsi, se presa seriamente è pari per concetto a quella di Desiati: sempre corpo collettivo è.

    Però quando lo rileggo sorrido. E’ come se dicesse: non tutti quelli che scrivono libri sono degli svitati, ma gli svitati scrivono tutti. E’ chiaro l’intento di esautorare il ruolo “sciamanico”. Ed è divertente anche la chiosa finale, dove invita a rivolgersi ad altre categorie di “improbabili” intellettuali, come a dire che la responsabilità a cui spesso sono chiamati indebitamente gli scrittori, se esiste non riguarda alcuni più di altri, ma proprio tutti.

  6. utente anonimo ha detto:

    hum… io l’ho interpretato in senso ironico, ho colto piuttosto l’intenzione di demitizzare e di sdrammatizzare. L’idea che gli scrittori possano essere degli spostati che usano la scrittura come catarsi, se presa seriamente è pari per concetto a quella di Desiati: sempre corpo collettivo è.

    Però quando lo rileggo sorrido. E’ come se dicesse: non tutti quelli che scrivono libri sono degli svitati, ma gli svitati scrivono tutti. E’ chiaro l’intento di esautorare il ruolo “sciamanico”. Ed è divertente anche la chiosa finale, dove invita a rivolgersi ad altre categorie di “improbabili” intellettuali, come a dire che la responsabilità a cui spesso sono chiamati indebitamente gli scrittori, se esiste non riguarda alcuni più di altri, ma proprio tutti.

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