Sapore di terra

In un ormai cadente cimitero ebraico del New Jersey c’è il funerale di un vecchio ebreo, che ha espresso il desiderio di essere sepolto secondo la tradizione: la fossa con la sua bara dovrà essere riempita di terra dai convenuti al funerale. C’è anche il figlio minore, ormai più che cinquantenne. Non ce la fa a partecipare perché è reduce da un’operazione cardiaca. Guarda per tutto il tempo il fratello, i nipoti e i figli che gettano terra nella tomba del padre e poi, insieme a loro e alla figlia, si avvia verso l’uscita:

Mentre stavano riempendo la fossa si era messo a soffiare il vento, e per questo all’interno della bocca sentiva un sapore di terra che durò ancora a lungo dopo che ebbero lasciato il cimitero e furono tornati a New York.

 È sempre difficile spiegare il perché una cosa ci è piaciuta. Talvolta cerchiamo di farlo e ci accorgiamo che gli altri ci guardano un po’ stupiti, come per dire: "chissà che cosa ci ha trovato".
Il brano da Everyman di Philip Roth che ho citato mi ha particolarmente colpito perché ci ho letto una descrizione estremamente concentrata ma altrettanto estremamente efficace di sentimenti assai difficili da descrivere. Quel "sapore di terra", di terra tombale alzata dal vento che s’insinua nella bocca del protagonista ed è destinato a "durare a lungo", mi è sembrato di sentirlo.
Poi, come dicevo prima, qualcuno leggerà e dirà: "chissà che cosa ci ha trovato", ma è inevitabile che sia così.

Philip Roth, Everyman, Einaudi, 2007, traduzione di Vincenzo Mantovani

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7 risposte a Sapore di terra

  1. gabrilu ha detto:

    Philip Roth scrittore staordinario. In questo momento non me la sento di affrontare “Everyman”, ma se quando lo finirai ti andrà di scriverne ti leggerò volentieri.

  2. gabrilu ha detto:

    Magari può interessarti e te la segnalo, qualora ti fosse sfuggita. E’ la recensione di Giuseppe Genna ad Everyman.
    Io non mi pronuncio, non avendo letto il libro.

  3. giuseppeierolli ha detto:

    In genere evito le recensioni di Genna: sono più lunghe dei libri di cui parla.
    Questa in effetti è un po’ più corta, ma, come dice lo stesso Genna, Everyman è un racconto lungo e perciò ci si doveva un po’ contenere.
    E poi non lo capisco. Prendi le due ipotesi che fa quasi alla fine:
    “o è un romanzo veritativo sul sé che l’umano occidentale è divenuto (un sé non autointerrogativo se non sul piano psicofisiologico); o è un romanzo inutile molto bene scritto.”
    La seconda è abbastanza chiara, anche se le ultime tre parole sembrano lanciate col bussolotto; la prima a me risulta incomprensibile, e non mi far venir voglia di rileggerla.

  4. giuseppeierolli ha detto:

    “e non mi far venir voglia di rileggerla”

    Il “far” è un “fa”.

  5. annaritav ha detto:

    Credo che l’efficacia e l’icasticità della frase stiano proprio nell’associazione con un senso, in questo caso il gusto. Quel sapore di terra tombale deve aver pervaso il protagonista in ogni fibra e il lettore deve rendersene conto. Non ho letto il libro e perciò concentro la mia attenzione su queste poche, ma significative righe. Credo che in questo caso il senso del gusto amplifichi la portata della sensazione di dolore e di impotenza del protagonista, così come il sapore delle madeleine intinta nel tè amplificava il potere della memoria in Proust. A questo proposito, per sdrammatizzare un po’, copioincollo l’indirizzo per far leggere a te e a Gabrilù un post su Proust (fa quasi rima!) nel blog di una tale signora Maria Ferdinanda Piva che non conosco, non so voi.
    http://blogs.san-lorenzo.com/metacibica/2006/02/la_madeleine_di_proust_ridotta.html
    😉

  6. gabrilu ha detto:

    @ Giuseppe su Genna sono d’accordo con te. E di più non dico, perchè se dicessi ancora direi che personalmente non sopporto la scrittura di G., che trovo inutilmente e fastidiosamente astrusa.

    @ Annarita sono andata a vedere :-). Ho trovato molto divertente che la signora inizia il suo post che in realtà non è di letteratura ma sulle frittelle con un link al mio sito (povero Marcel, c’era bisogno di tirarlo in ballo come pretesto per fornire una ricetta di … frittelle?!). Ho trovato poi spassosissimi i commenti, in particolare quello di una certa Alessandra

  7. khinna ha detto:

    una lucida, lunga riflessione sulla vecchiaia,sul tradimento del corpo, sullo scarto profondo tra il desiderio di benessere fisico e l’impossibilità di soddisfarlo. Il romanzo inizia e termina in un cimitero semi abbandonato, ma straordinariamente toccato dalla grazia di un becchino che con competenza e compassione scava le tombe. Dopo l’11 settembre come sinonimo di precarietà è la presa di coscienza della stessa. E’ presente lo strazio di chi prende atto che la morte è assenza, mancanza di fisicità “La concretezza della loro vita non esisteva più” commenta il protagonista a proposito dei genitori defunti. E’ presente il dolore fisico come “assoluta alterità” che con la vecchiaia diventa “una battaglia inesorabile, proprio quando sei più debole”. C’è la riflessione sul suicidio come via di fuga, ma, “come si fa a scegliere volontariamente di lasciare la nostra pienezza per quel nulla sconfinato?” Una pienezza che per il protagonista non è il risultato di una vita priva di errori, amarezze e rimpianti, ma che è solo pienezza fisica ; per chi come lui è consapevole che nulla c’è dopo la morte, il legame con chi è già morto resta sulla, nella terra, nelle “ossa” di chi ha amato. “Tra lui e quelle ossa c’era un rapporto molto stretto, molto più stretto di quello che esisteva tra lui e le ossa non ancora spolpate”. E’un libro sulla solitudine. Bellissimo.
    ciao
    cris

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