Proust nel gulag

In un post nel vecchio indirizzo del suo blog, poi citato anche nel nuovo, Gabriella Alù ha parlato di un libro di Joseph Czapski: La morte indifferente, Proust nel gulag (l’ancora del mediterraneo, 2005).
Qualcuno ha letto i due post e ha pensato di regalarmi il libro. Ha fatto davvero bene.
Se volete saperne di più potete leggere i due post di Gabriella Alù (che fra l’altro cura anche un bel sito su Proust). Qui vi dico soltanto che Czapski non ha in realtà "scritto" il libro, che è una trascrizione di ciò che ha raccontato ai suoi compagni su Proust durante la prigionia in un gulag sovietico negli anni 1939-40.
Il libro è da leggere tutto, ma c’è, fra gli altri, un brano che mi ha particolarmente colpito:

Nella Strada di Swann, Proust racconta che i regali che gli faceva la nonna rappresentavano sempre souvenir di opere d’arte passate attraverso un qualche filtro artistico. Il giovane protagonista sognava Venezia, che avrebbe dovuto visitare assieme ai genitori e alla quale aveva dovuto rinunciare a causa di una malattia. Sua nonna gli dà non una fotografia della basilica di San Marco o di un altro capolavoro veneziano, ma un quadro che rappresenta questo capolavoro. Inoltre non è una semplice fotografia del quadro, ma un’incisione opera di un altro eminente artista. In Proust non abbiamo mai a che fare con il fatto nudo e crudo. Il fatto è sin dal principio infinitamente arricchito e rielaborato nella sua mente, nella visione dell’artista separato dal mondo dalla sua malattia, dalle sue pareti di sughero, dal suo cervello impastato di letteratura, associazioni artistiche e scientifiche. Ma ciò che maggiormente contraddice "il microscopio" (L’istologia) nell’opera di Proust è che le sue associazioni sono immensamente differenti le une dalle altre, che lui le attinge da tutti i tempi, da tutte le arti, che le pagine di Proust divengono assai più una storia dei suoi pensieri, risvegliati dall’impressione di un fatto, che fatti veri e propri.
(pagg. 43-44)

Czapski doveva necessariamente ricorrere solo alla sua memoria, io ho qualche possibilità in più e, per completare la citazione, sono andato a cercare il brano nella Recherche. Eccolo:

Elle eût aimé que j’eusse dans ma chambre des photographies des monuments ou des paysages les plus beaux. Mais au moment d’en faire l’emplette, et bien que la chose représentée eût une valeur esthétique, elle trouvait que la vulgarité, l’utilité reprenaient trop vite leur place dans le mode mécanique de représentation, la photographie. Elle essayait de ruser et, sinon d’éliminer entièrement la banalité commerciale, du moins de la réduire, d’y substituer, pour la plus grande partie, de l’art encore, d’y introduire comme plusieurs "épaisseurs" d’art: au lieu de photographies de la cathédrale de Chartres, des grandes eaux de Saint-cloud, du Vésuve, elle se renseignait auprès de Swann si quelque grand peintre ne les avait pas représentés, et préférait me donner des photographies de la cathédrale de Chartres par Corot, des grandes eaux de Saint-cloud par Hubert Robert, du Vésuve par Turner, ce qui faisait un degré d’art de plus. Mais si le photographe avait été écarté de la représentation du chef-d’oeuvre ou de la nature et remplacé par un grand artiste, il reprenait ses droits pour reproduire cette interprétation même. Arrivée à l’échéance de la vulgarité, ma grand’mère tâchait de la reculer encore. Elle demandait à Swann si l’oeuvre n’avait pas été gravée, préférant, quand c’était possible, des gravures anciennes et ayant encore un intérêt au delà d’elles-mêmes, par exemple celles qui représentent un chef-d’oeuvre dans un état où nous ne pouvons plus le voir aujourd’hui (comme la gravure de la Cène de Léonard avant sa dégradation, par Morghen). Il faut dire que les résultats de cette manière de comprendre l’art de faire un cadeau ne furent pas toujours très brillants. L’idée que je pris de Venise d’après un dessin du Titien qui est censé avoir pour fond la lagune, était certainement beaucoup moins exacte que celle que m’eussent donnée de simples photographies.

À la recherche du temps perdu, vol. I, édition publiée sous la direction de Jean-Ives Tadié, Gallimard, 1987, pagg. 39-40

Avrebbe voluto che io tenessi in camera mia le fotografie dei monumenti o dei paesaggi più belli. Ma al momento di acquistarle, e benché l’oggetto rappresentato avesse un valore estetico, le sembrava che la volgarità, l’utilità riprendessero troppo presto il sopravvento nel modo meccanico della rappresentazione, la fotografia. Cercava di giocare d’astuzia e, se non di eliminare del tutto la banalità commerciale, almeno di ridurla, sostituendola il più possibile con altra arte, inserendovi, per così dire, svariati "spessori" d’arte; invece delle fotografie della cattedrale di Chartres, dei giochi d’acqua di Saint-Cloud, del Vesuvio, si informava da Swann se qualche grande pittore li avesse effigiati, e preferiva regalarmi le fotografie della cattedrale di Chartres dipinta da Corot, dei giochi d’acqua di Saint-Cloud dipinti da Hubert Robert, del Vesuvio dipinto da Turner, il che rappresentava un grado d’arte in più. Ma il fotografo, escluso dalla rappresentazione del capolavoro o della natura e sostituito con un grande artista, riacquistava i suoi diritti nel riprodurre quell’interpretazione. Di fronte all’imminente scadenza della volgarità, la nonna tentava di rimandarla ancora. Chiedeva a Swann se dell’opera non fosse stata fatta qualche incisione, preferendo, quand’era possibile, incisioni antiche e che presentassero qualche interesse supplementare, per esempio quelle che raffigurano un capolavoro in uno stato nel quale oggi non possiamo più vederlo (come la stampa della Cena di Leonardo eseguita da Morghen prima della degradazione dell’affresco). Bisogna dire che i risultati di questo modo di interpretare l’arte del regalo non furono sempre brillantissimi. L’idea che mi feci di Venezia da un disegno di Tiziano che si suppone abbia per sfondo la laguna, era certamente molto meno esatta di quella che avrebbero potuto fornirmi delle semplici fotografie.

Alla ricerca del tempo perduto, vol. I, edizione diretta da Luciano De Maria, traduzione di Giovanni Raboni, Mondadori, Milano,1989. pagg. 50-51.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria e contrassegnata con , . Contrassegna il permalink.

2 risposte a Proust nel gulag

  1. gabrilu ha detto:

    Ti ringrazio molto per questo tuo post su questo smilzo (ma “tosto” nella sostanza) librino di Czapski. E’ giusto che venga conosciuto, che venga letto. Appartiene, questo librino, al genere di letture che ci aiutano a ridimensionare di molto tante stupide e velenose diatribe pseudo-letterarie in cui a volte ci imbattiamo girando in rete e su alcuni blog. Questo librino ci aiuta a recuperare il senso delle proporzioni, io credo. A capire che cosa significhi davvero “amore per la letteratura”

  2. giuseppeierolli ha detto:

    gabrilu: Questo librino ci aiuta a recuperare il senso delle proporzioni, io credo. A capire che cosa significhi davvero “amore per la letteratura”.

    È esattamente quello che ho pensato leggendolo. E grazie a te per averlo segnalato (e ad Annarita per avermelo regalato, naturalmente).

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...