BRIVIDI LETTERARI (E NON)

OcaNon so se avete presente quella sensazione fisico-emotiva che si chiama comunemente "pelle d’oca": un aggrinzarsi della pelle insieme al parallelo aggrinzarsi del cervello. Ci ragionavo qualche giorno fa durante una delle dotte discussioni che intavoliamo nelle riunioni settimanali dei libri in testa. Dicevo che la cosa mi capita durante l’ascolto di pezzi musicali e facevo degli esempi al volo: l’Amami Alfredo della Traviata, il Liebestod del Tristano e Isotta, l’ultima aria della Marescialla nel Rosenkavalier, il finale della terza di Mahler e tanti altri.
Abbiamo allora cercato di capire se esiste anche la pelle d’oca letteraria, e abbiamo convenuto che in effetti è meno frequente (si sa, la musica aggancia meglio delle parole la parte istintiva del cervello) ma non assente. Da parte mia ci ho dovuto pensare un po’, ma poi mi sono venuti alla mente tre esempi: una poesia di Emily Dickinson (Good Morning – Midnight), la prima descrizione delle fanciulle in fiore nella Recherche proustiana e il finale dell’Ulisse di Joyce (la conclusione del monologo di Molly Bloom).
Rimane un dubbio: non ricordo di aver mai avuto la pelle d’oca girando per un museo o guardando un libro d’arte; ma allora, l’arte figurativa è refrattaria a questo fenomeno (sto parlando proprio dell’effetto fisico, il godimento estetico può essere altrettanto potente anche senza, ovviamente) o sono io che reagisco in quel modo ai suoni (molto) e alle parole (un po’ meno) ma non alle immagini?

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3 risposte a BRIVIDI LETTERARI (E NON)

  1. FedericoP ha detto:

    Temo che l’assenza di pelle d’oca durante la visione di opere pittoriche sia la conseguenza di un handicap delle arti visive su cui rifletto da tempo: l’assenza – pressoché inevitabile – di intimità nel momento della fruizione.

    Ben diversa è l’esperienza che facciamo quando ingaggiamo un faccia a faccia con un libro o con una composizione musicale. L’atto – per certi versi telepatico – della lettura, quando le parole si materializzano come voci incorporee nella nostra mente è quanto di più solipsistico e monadesco si possa immaginare.

    Si potrebbe obiettare che l’ascolto della musica è fatto collettivo. Ma sia le platee delle sale da concerto, sia le scalmanate folle del rock, vivono l’esperienza auditiva con adesione unitaria, quasi da assemblea liturgica. Si pende, urlando o in silenzio poco importa, dalle labbra del cantante, dall’archetto della viola.

    Non riesco a immaginare, invece, una connessione così indisturbata tra l’opera e il fruitore negli spazi museali, dove il gesto della sguardo è come una staffetta che viene passata di turista in turista, di gruppo in gruppo, di visitatore in visitatore.

    Nessuno di noi è mai stato solo di fronte a Guernica o al Cristo morto di Mantegna.

    (E se sì, per quanto tempo? E con quale garanzia di tranquillità?).

    Sempre, dietro e davanti, prima o dopo, una folla o fosse anche un solo individuo, ma comunque “altro-da-noi”, in movimento, che esce o che entra, che ci distrae (e a sua volta distratto dalla nostra presenza).

    Bisognerebbe inventare sale espositive monoposto, insonorizzate e buie, dove il fruitore venga lasciato solo con l’opera d’arte per un tempo ragionevole. Solo come un uomo qualunque nella gabbia del leone.

    Forse il museo del futuro potrebbe essere così.

  2. utente anonimo ha detto:

    Non hai mai avuto brividi vedendo “l’Annunciata” di Antonello da Messina???? Vabbè, ma de che stamo a parlà!

    Utente anomina (Serena)

  3. giuseppeierolli ha detto:

    Emozione intensa sì, brividi no. Lo posso dire con certezza visto che l’ho vista proprio oggi pomeriggio alle scuderie del Quirinale. Però un brivido “artistico” mi è venuto in mente: qualche anno fa giravo per il museo di Parma e dietro a una colonna ho visto improvvisamente un disegno che non conoscevo, mi sono fermato e lì il brivido l’ho avuto. Lessi poi la targhetta: Leonardo da Vinci, La scapigliata.

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