da  BESTIE  (1917)  di  Federigo Tozzi

Io non so chi fosse il morto. La marcia funebre suonata dalla Filarmonica mi fece balzare da sedere: il carro a cavalli aveva già voltato per un’altra strada, e le fiamme delle torce mi fecero caldo al viso. Passò la folla degli amici e dei curiosi. Le corone, sorrette a mano, si comportavano così bene che ciascuna s’appoggiava su le braccia dei due uomini come se non avesse potuto più resistere al pianto della musica. I ceri cercavano di cadere. Lo stendardo, verdastro e sporco, faceva di quando in quando alzare gli occhi incappucciati di bianco; le cui medaglie attaccate alla cintola sbattevano.
Quando tutto il corteo fu passato, io rimasi alla finestra rodendo con i denti il legno della persiana. E mi distrassi, a poco a poco, guardando una zanzara le cui ali parevano infilate a due pezzetti di capello.

* * *

Dietro la mia aia ci sono due pagliai quasi uguali, l’uno accanto all’altro che a pena ci passa tra il mezzo un uomo. Sedendomi in cima all’aia, dove tira meno vento, vedo tra i due stolli, un pezzo d’orizzonte. Non c’è mai niente; né meno le stelle, perché stanno più alte; ma non so perché seguito mezze ore a tenerci gli occhi pensando tante cose.
Una sera mi divertivo a veder le nuvole che, a brancare fitte, una dietro l’altra, passavano tra quei due legni. Era già più di un’ora; ma il vento tirava sempre eguale facendo un brusio tranquillo dietro le mie spalle, nel bosco di una villa. A volte, ascoltando, pareva che il brusio crescesse sempre di più; ma mi accorgevo subito che era un’illusione.
Dunque, le nuvole venivano forse per ruzzare, ma senza mai urtarsi o trattenersi, dubitando della strada: talvolta, se tenevo il capo riverso, mi pareva un’enorme nevicata a sguiscio, orizzontale: e, in fatti, quelle nuvole parevano immensi fiocchi di neve; ma non traballavano e non deviavano. Da dietro all’ultima collina facevano a pena in tempo ad apparire che già erano sopra i due stolli: di quelle passate dietro di me non me n’occupavo, ma mi pareva di udirle correre cadendo sopra l’altra cerchia di poggi dove tramonta il sole. Ad un tratto, si diradarono; il vento cambiò, mulinando un poco e buttandomi su gli occhi la polvere dell’aia. Allora una nuvola sola, grande, piatta, candida nel chiaro di luna, ma soffice e leggera leggera, si fece avanti. Di mano in mano che s’avvicinava, si stese di più, perse qualche lembo; si forò, ma si richiuse; non molto compatta, quasi per cadermi addosso; a pena sorretta dal vento che doveva durare fatica a smuoverla. A mezzo cielo, si fermò. Allora m’accorsi che tutto l’orizzonte ormai ne era coperto. La luna che io non potevo vedere, la illuminava così bene di sotto che quasi abbagliava gli occhi; specie la sua punta; mentre il turchino del cielo s’era fatto più nero, senza stelle. Quando smisi di guardarla, e girai gli occhi intorno, mi sentii smarrito e per morire subito; ed avrei avuto bisogno di appoggiarmi: ma mentre così aspettavo che mi passasse il malessere e di tornare bene in me per andarmene, mi rasentò, come se fosse mandato da quella stesa di nebbia così alta, un vipistrello.

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