Pubblichiamo un intervento del libro in testa Michele Governatori apparso nel blog di Davide Bregola su "vibrisse". L’originale (#21) e il resto della discussione (Il romanzo del ventunesimo secolo) sono qui.

Più storie, meno fregnacce

Di Michele Governatori

Era una notte buia e tempestosaHo una bimba di poco più di un anno. Quando la metto a sedere sulle mie ginocchia con in mano uno dei suoi libriccini illustrati, lei impazzisce. Vuole ch’io le legga tutto il piccolo testo sotto ai disegni passando le pagine dalla prima all’ultima, e alla fine vuole che ricominciamo.
Cos’è questo se non una passione (innata suppongo) per la narrazione?
Mia figlia sente il desiderio di immergersi in un piccolo mondo di personaggi che evolvono in una storia. E anche a me piacciono le storie. Mi piace chi le sa inventare e mi piace immaginarmele a partire da qualche dettaglio, magari da persone intraviste in giro, di cui non so nulla se non due o tre fotogrammi di straforo.
Così, osservando me e gli altri, deduco che le storie sono qualcosa di cui si sente il bisogno. E penso che la lingua scritta sia un codice molto adatto a raccontarle, per esempio perché lascia al lettore il piacevole compito di trasformare descrizioni ellittiche in immagini dettagliate, di raccogliere evocazioni e farle, per così dire, fiorire tramite la propria immaginazione.
Alcuni scrittori sostengono che il romanzo è una forma coercitiva, superata, convenzionalmente ridondante eccetera. Ritengono probabilmente di avere cose da dire che possono trovare canali più efficaci del romanzo, e più in generale della narrazione. Ritengono quindi forse di poter prescindere dalla costruzione di storie. Bene: che scrivano saggi, o altro. Se non gli piace fare i narratori, che non facciano i narratori. Ma rischiano grosso: difficilmente gli scrittori hanno cose da dire più precise e pertinenti di quelle che hanno gli esperti dei più disparati campi. Gli scrittori (che hanno un’anima multidisciplinare e quindi un po’ superficiale, ma nel contempo hanno spesso il polso delle storie e dell’umanità) quando danno lezioni o pareri su qualcosa in tono argomentativo anziché narrativo rischiano di essere velleitari, se non ridicoli (scrivendo questo testo io infatti mi sento un cialtrone). Al contrario, se parlano tramite storie, possono sia alimentare in chi li ascolta riflessioni e sensibilità fino a quel momento latenti, sia intrattenerli.
Un esempio che mi viene in mente (e che tra l’altro non riguarda uno scrittore) è quello di Marco Paolini, il tipo che fa monologhi-ricostruzioni su fatti d’attualità. Ebbene, lo schema di Paolini qual è? Non certo dare informazioni che prima non erano disponibili (probabilmente di geologia o controllo del traffico aereo Paolini non sa quasi niente, eppure ha rapito molti spettatori parlando di Vajont e Ustica), ma tirare fuori dagli eventi un tessuto narrativo e immaginifico che agli eventi possa dare corpo e vita, con la conseguenza magari di sensibilizzare in modo utile il pubblico. Quello che fa Paolini è trovare nelle cose le storie, come fanno anche gli scrittori-narratori.
Se poi dobbiamo confrontare i racconti brevi con quelli lunghi, io penso questo: i racconti lunghi sono (anche) una prova di abnegazione, perché lo scrittore accetta una convivenza duratura con i suoi personaggi e con il mondo costruito attorno a loro, e il lettore ci si affida con maggiore responsabilità. I racconti lunghi in questo senso sono un patto più profondo di quelli brevi. Uno scrittore che si dedica per anni a una sola storia è qualcuno che le storie le ama oltre ogni razionalità, e io capisco che i lettori e gli editori lo apprezzino. Anche solo per questo, secondo me, i romanzi hanno senso. E poi credo che un narratore, se è tale, non può non sentire il piacere di affrontare almeno una volta la distanza vasta del romanzo, come un esploratore, immagino, è attratto dalle traversate più ardite. (Attenzione: tutto ciò non m’impedisce di amare i racconti di Carver, per esempio).

Allora, se non s’è capito fin qui: io penso prima di tutto che una maggiore attenzione alla differenza tra il termine “scrittore” e il termine “narratore” sia utile. Poi, penso che gli scrittori che non sono anche narratori abbiano una vita più difficile rispetto agli scrittori-narratori, perché rischiano di fare i semplici traduttori al servizio degli esperti delle varie materie. Oppure di blaterare con incompetenza, visto che rinunciano alla creatività narrativa che per me è l’unico sostituto sensato alla competenza.
Chi invece questa rinuncia non la vuole fare, trova nel romanzo, proprio grazie ai suoi vincoli di durata e coerenza, una forma piuttosto solida e convincente per una storia scritta.
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