Pliph Roth, IL COMPLOTTO CONTRO L’AMERICA

di   Alessio Brandolini

    E’ l’ultimo romanzo di Phliph Roth: divertente e inquietante. Di che complotto si tratta? E poi non era l’America (intesa come USA) a complottare con la Cia e altri servizi segreti contro paesi e presidente ritenuti scomodi. Pensiamo al Cile di Allende, o all’attuale e folle guerra in Iraq. E Ora: Al-Qaeda? No. Roth, il grande Roth, torna indietro nel tempo e riscrive la storia statuinitense.

Siamo nel biennio 1940-1942 in Europa c’è la guerra e ci sono i campi di sterminio, negli Stati Uniti forti tensioni tra chi vuole restare neutrale a ogni costo e chi, al contrario, vuole combattere il nazismo. In effetti l’attacco giapponese a Pearl Harbor dell’8 novembre 1941 tolse dall’imbarazzo e l’America si vide costretta a entrare in guerra a passo di corsa. Nel romanzo alla votazione presidenziale del 1940 (che videro la rielezioni di Roosvelt per la terza volta consecutiva) a vincere per i repubblicani è l’asso dell’aviazione Charles A. Lindbergh: bello e atletico, fervente antisemita, decorato da Hitler, amico di molti gerarchi nazisti. E allora cosa succede? Neutralità assoluta dell’America, aperta simpatia per la Germania con von Ribbentrop in visita alla Casa bianca e, quindi,  niente Pearl Harbor, l’Europa nazificata e, infine, la Germania che vuole mettere radici in Sudamerica… Fantapolitica? Sì, però il rischio lo si è corso davvero. Gli isolazionisti erano tanti e Lindbergh popolarissimo, inoltre godeva di forti appoggi politici e di una parte della stampa. E poi il romanzo vuole essere un monito per il futuro: contro l’arroganza e la superficialità. E dietro l’aviatore Lindbergh s’intravede il sorriso amorevole di Bush figlio, con la voglia di ripulire il mondo di tutte (per lui) le cose brutte.  

La prima parte del romanzo è travolgente. La tensione che lievita giorno dopo giorno nelle famiglie americane di religione ebraica, il primo manifestarsi dell’odio razziale, i compromessi di chi vuole comunque stare dalla parte del potere, i programmi di riqualificazione, le prime violenze, il sangue… Però la cosa che sorprende di più in questo romanzo, e ne fa un lavoro assai convincente, è l’intrecciarsi della politica e della storia alla biografia dell’autore. Non a caso tutto viene visto con gli occhi di un bambino che si chiama Philp Roth, anche lui nato  nel 1933, anche lui di Newark. Romanzo dichiaratamente autobiografico, quindi, e famigliare, in modo ampio e sottile, di fantasia eppure molto realista nella ricostruzione della città, dei personaggi, delle tensioni tra fratelli, tra figli e genitori e dei piccoli (ma quanto importanti per chi li vive da bambino!) avvenimenti domestici.

Il profondo dolore di ciò che accade si ripercuote a un certo punto sul piccolo Philip che come impazzito fugge di casa, finge d’essere orfano, d’essere un altro. Bello e struggente.

Phlip Roth, Il complotto contro l’America (ed. orig. 2004 – traduzione dall’inglese di Vincenzo Mantovani, pagg. 441, euro 18,50 – Einaudi, Torino, 2005)   

 

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