Gabriel García Márquez, MEMORIA DELLE MIE PUTTANE TRISTI
di Alessio Brandolini 

E’ l’ultimo, ambiguo lavoro di Gabriel García Márquez, che torna al romanzo dopo dieci anni – se si esclude il primo, buon volume dell’autobiografia. Pubblicato l’anno scorso e ora proposto in Italia nella traduzione del più che affidabile Angelo Morino. Il titolo – in originale Memoria de mis putas tristes – un po’ ad effetto è  anche un omaggio a La casa delle belle addormentate dello scrittore giapponese Yasunari Kawabata, anche lui premio Nobel.
Storia un po’ fiabesca di un arzillo vecchietto dall’organo sessuale ancora attivo (sembrerebbe senza l’aiuto del viagra) che decide di regalarsi, per festeggiare il  suo novantesimo compleanno, una notte d’amore con una adolescente vergine. Il personaggio (senza nome) è eccentrico, scapolo, giornalista, molto colto, ama i classici e l’italiano, la musica e il bel canto, gran puttaniere dall’età di dodici anni e  quando scrive il suo articolo settimanale indossa – come fa il suo creatore Màrquez – una tuta da meccanico. Quindi non suscita ribrezzo in questa sua voglia di far l’amore con una giovinetta, inoltre l’autore carica questo desiderio d’ironia e di considerazioni (in realtà non molto approfondite) sulla vecchiaia, su come si possa prendere un percorso imprevedibile in base a ciò che si prova dentro. In termini di desideri, di sentimenti.

Il vecchio sembra l’autore stesso  proiettato in una vecchiezza mitica e senza il successo letterario: il giornalista che è rimasto giornalista. Infatti la storia si svolge a Barranquilla (Colombia), vicino a Cartagena de  Indias dove Márquez, in effetti, iniziò la carriera di giornalista. Sembrerebbe un inno alla vita, alla gioia di vivere e lo è, senz’altro, ma il romanzo è  anche triste, malinconico. Non a caso si cita Leopardi, che il vecchio si diverte a tradurre. E poi il mondo delle puttane con i suoi balletti e belletti, quello del giornalismo con gli arrivisti e le false notizie. E poi, ancora,  la tragica scoperta del protagonista di sentirsi terribilmente vivo (bella la scena in cui se ne va in giro in bici cantando e incurante di tutti quelli che lo prendono in giro) ma quando si specchia – anche negli occhi della gente – si vede più vecchio e malridotto di come si percepisce all’interno, ed è così, in effetti, che gli altri lo vedono.
Memoria delle mie puttane tristi non è un capolavoro alla Márquez, ma un romanzo del bravo ed esperto scrittore Márquez.
A questo punto devo aggiungere un’ultima cosa per motivare l’ambiguità di cui parlo all’inizio, non accennando qui al tema della pedofilia che certo si dovrà affrontare (o ai grandi scrittori tutto è permesso?).
Kawabata faceva sostare i suoi vecchi accanto a dolci e stupende fanciulle: per contemplarne la bellezza, il profumo, ma senza toccarle. Staccandosi dal desiderio ed elevandosi ad una spiritualità (o una filosofia zen) al di là dei sensi. Il vecchio di Márquez contempla, sì, ma accarezza molto; annusa, ma bacia anche dappertutto il bel corpo della fanciulla, e infine, quando c’è amore, consuma. E nulla ci viene detto delle mani tremanti e della bava alla bocca che un uomo di quell’età dovrebbe avere in simili circostanze.
Ma di che amore si tratta? In realtà l’uomo nulla vuole sapere della quattordicenne che si prostituisce per sopravvivere, nemmeno il nome. Le parla solo quando dorme, le lascia messaggi che sa che lei non potrà leggere essendo analfabeta, non vuole neanche sentirla parlare perché nel sonno ha scoperto che la sua voce è sgraziata, volgare. Ripeto: ma di che amore si tratta? Le dà un’altra identità, idealizza la fanciulla che gli trasmette passione e forza: non è questo il modo di esercitare violenza su un’altra persona? Poi, in questo caso, si tratta di un’adolescente di quattordici anni che nella vita ha subito e subisce solo soprusi. Come mai il vecchio così colto e intelligente, sensibile e che studia Leopardi non si accorge di nulla? Forse è meglio far finta di non sapere nulla, sì, meglio sentirsi un romanticone dall’animo nobile e vivere così fino a cent’anni, come s’augura il protagonista in  chiusura di questa storia. Qui il realismo da magico sembra farsi ipocrita.

Gabriel García Márquez, Memoria delle mie puttane tristi (Mondadori, Milano, 2004, pagg. 141, euro 14 – traduzione di Angelo Morino)  

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Una risposta a

  1. utente anonimo ha detto:

    verrò spesso qui. zelda

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