Juan RULFO, PEDRO PARAM0    di Alessio Brandolini  

 

 Il famoso – e unico – romanzo di Juan Rulfo (1918-1986) non ha avuto in Italia vita facile. Pubblicato da Feltrinelli nel 1960, a cinque anni dall’uscita  in Messico,  passò quasi  del tutto inosservato. Riproposto nel 1977 da  Einaudi fu preso in considerazione e stroncato per la pessima traduzione. Finalmente ora l’Einaudi ripara  il torto e lo ripropone in una nuova edizione e nell’ottima traduzione di Paolo Collo. Pedro Páramo è un romanzo sottile, di sole 170 pagine, eppure esteso perché nelle 70  brevissime  parti in cui è diviso Juan Rulfo mette in scena molte voci della  città di Comala, ormai distrutta e disabitata. Voci senza rumore, voci di  fantasmi e di morti che sono le anime in pena che affollano la città e che narrano la propria misera vita, il dolore, gli amori finiti male. Intanto  si parla delle rivolte in Messico, della vita dei contadini, della violenza  esercitata  dai ricchi sulla classi più povere. Violenza fatta di  sfruttamento economico ma anche di uccisioni, di rapine sessuali, di figli  messi al mondo e poi non riconosciuti, bastardi che vivranno senza sapere nulla del padre. Juan Preciado è uno di questi e torna a Comala in cerca del  padre, lo ha promesso alla madre in punto di morte (“Non chiedergli nulla.  Pretendi solo ciò che è nostro. Ciò che era obbligato a darmi e che non mi  diede mai… Figlio mio, fagli pagare caro l’oblio in cui ci ha lasciati”). Comala è una città fantasma, ma popolatissima di voci e Juan alla fine non  regge al terrore e diventa una di queste voci. Il titolo del romanzo può ingannare. Pedro Páramo è il padre di Juan  Preciado, e di tanti altri figli non riconosciuti, e le voci che parlano narrano anche la storia del feudatario locale, e quella del figlio Miguel,  farabutto e violento come lui, morto andando a cavallo, ma si parla anche di  tante altri personaggi e poi della cultura maschilista, del dolore e della rassegnazione, delle superstizioni e d’una fede contorta, sensuale, non  priva di risvolti  demoniaci.  Il romanzo è la vicenda di un luogo, di chi vi ha vissuto, di tutto un mondo in declino, chiuso in una atavica  immaturità civile e religiosa: “Viviamo in una terra in cui c’è tutto,  grazie alla provvidenza; ma tutto cresce acerbo. Siamo condannati a questo”. Una storia lavorata alla perfezione nel sottrarre il non necessario, che non  urla ma sussurra, dove scompaiono le barriere dello spazio, quelle tra i vivi e i morti, tra il presente e il passato, fatta di scene frammentarie e  oscure per via della molteplicità dei punti di vista ma unite dallo stesso  tono basso, umile e colloquiale che ricorda la prosa di Knut Hamsun, con  frasi brevi ed essenziali, con espressioni e modi di dire popolari. Scene  molto diverse: talvolta liriche, talvolta magiche, talvolta macabre (v. gli  scheletri che si disintegrano, la morte e i morti così corporali) che nel  loro insieme danno al romanzo una dimensione mitica, ma cupa, lontana da  pose estetizzanti. Non a caso Gabriel García Márquez, Álvaro Mutis e tanti  altri narratori sudamericani ne riconosceranno la grandezza. Eppure qui non  si tratta di “realismo magico”, sembra un suo superamento, pur essendo uscito il romanzo  prima di quella stagione.

Juan Rulfo, Pedro Páramo (2004, Torino, Einaudi – collana “Arcipelago Einaudi 61” , pagg. 141, euro 11,00 – traduzione di Paolo Collo).

L’opera letteraria di Juan Rulfo (1918-1986), che fu anche sceneggiatore e fotografo, si compone di soli due volumi. Il libro di racconti La pianura in fiamme (1953) e il romanzo Pedro Páramo (1955).

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