Bosch, Il giardino delle delizie IL CORTO E IL LUNGO
Nel risvolto di copertina di Dall’inferno di Giorgio Manganelli (Adelphi, 1998, euro 12,39 – 1° ed. 1985) si legge: "Fra i romanzi di Manganelli Dall’inferno è forse il più audace, poiché si addentra profondamente in quella terra al di là di Beckett da cui ben pochi sono tornati a narrare – e raggiunge così punte acuminate di comicità e angosciosità che si alternano con equanime ritmo e talora persino coincidono."
Ora, quando penso a Beckett, o meglio alle sue pièce teatrali più famose (qui mi addentro in un terreno scosceso, visto che uno dei libri in testa è un devoto beckettiano – vedi link a sinistra – e, perciò, rischio severe reprimende), mi viene sempre in mente Anton Webern, in particolare alcune sue opere dove il silenzio è bucato per un momento da un grumo di note, per poi richiudersi subito dopo, ma diverso. Qualche minuto, talvolta anche meno di uno, e ci si ritrova a fare i conti con questo silenzio diverso da prima.
Il libro di Manganelli mi ha fatto invece pensare a un pezzo degli anni ’70 di Karlheinz Stockausen: Mantra, per due pianisti. Lo ascoltai al Teatro Olimpico più o meno nel ’75: dura poco più di un’ora ma a me sembrarono molto più di due. Ricordo che all’uscita, chi stremato, chi esaltato, si discuteva animatamente, quando vedemmo Fedele d’Amico. Cercava un passaggio e gli chiedemmo (intuendo già la risposta: sapevamo che d’Amico amava Rota, Britten, Henze, insomma, un’ala della musica contemporanea un po’ lontana dalla scuola di Darmstad) qualche impressione a caldo sul concerto. D’Amico ci pensò un attimo e poi si limitò ad alzare le sopracciglia e ad allargare le braccia. Un gesto molto weberniano o, se amate più la filosofia della musica, molto wittgensteiniano (allora la settima proposizione del Tractatus era molto di moda).
E il quadro di Hieronymus Bosch qui a fianco che c’entra? c’entra per due motivi. Il primo è che in un pezzo interdisciplinare come questo non ci si può esimere dal citare, accanto alla letteratura, al teatro, alla musica e alla filosofia, anche la pittura. Il secondo è che il libro di Manganelli è pieno, fra le altre cose, di orecchie, braccia, gambe, teste, animali e "cose" che camminano, parlano, si uniscono e si disuniscono a volontà. Cosa c’è di meglio per pensare a Bosch e al suo Giardino delle delizie?
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Una risposta a

  1. FedericoP ha detto:

    Nessuna severa reprimenda, Giuseppe.
    Il silenzio bucato da grumi di note (parole) mi sembra un’ottima via per definire l’opera del Beckett più maturo.

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