DOVE TI ERI CACCIATO, WALT?

Faccio parte di quell’insieme di persone cui il film L’attimo fuggente di Peter Weir ha cambiato la vita. Lo andai a vedere non appena uscì nelle sale e rafforzò vigorosamente il mio amore per l’arte e per la libertà (pernacchia dal fondo). Già dal giorno dopo, scrupolosi cinefili si impegnarono a farci notare – a me e agli altri entusiasti del film – che quella pellicola era in realtà retorica e banalotta. E snocciolarono un paio di titoli misconosciuti (e che però ho dimenticato), quelli sì davvero efficaci nel trattare gli stessi argomenti. Il punto è che se un film ti segna, continui ad amarlo anche se ti fanno notare che è un film mediocre (io faccio presto a dire queste cose perché in fondo non sono un appassionato di cinema: col cavolo che sarei così indulgente con chi mi viene a dire che un libro secondo me mediocre gli ha cambiato la vita…).
Ci fu poi un effetto secondario: un picco di vendite di Foglie d’erba di Walt Whitman, che anche io – come tanti altri – comprai da bravo qualche giorno dopo aver visto il film (edizione Mondadori del 1988, ormai introvabile, credo). Il poeta americano (1819-1892), infatti, viene citato continuamente dal professor Keating (Robin Williams, nella foto). Il protagonista riesce a far passare questo pomposo cantore degli ideali democratici e delle forze della natura per una simpatica canaglia, mentore di adolescenti con sane pulsioni e irrequietezze varie. Io lessi avidamente "Foglie d’erba", trovando un Whitman meno accessibile di quello proposto nel film e rimanendo un po’ deluso dalla traduzione di Ariodante Marianni (il mitico "Risuona il mio barbarico YAWP!" del film si era tramutato in un più freddo "Emetto il mio grido barbarico").
A quindici anni di distanza da quella lettura mi resta soprattutto una curiosità. Prima di scrivere la sua raccolta-capolavoro, Whitman fu un anonimo professore di provincia e un mediocre giornalista. Niente negli scritti di gioventù lascia intuire anche lontanamente l’intensità e lo stile della maturità. Ma c’è un alone di mistero che circonda un momento della vita del poeta, un periodo pressoché sconosciuto di cui non si trova traccia nei diari e neppure nei documenti storici: il soggiorno a New Orleans nel 1848. Impossibile dunque stabilire cosa sia accaduto a Whitman in quella città della Louisiana, divenuta famosa per essere stata uno dei primi coacervi di razze diverse, un incrocio di culture apolidi, una delle terre elette del voodoo. Eppure fu solo dopo quella oscura parentesi che Walt Whitman iniziò a dare vita alla sua celeberrima opera. La genesi, insomma, è avvolta nel segreto. Non a caso, nella prefazione, Manganelli annotava: "L’anima di Whitman è per eccellenza un luogo invisibile, ignaro di idee, senza nome; qualcosa cui ci si può rivolgere solo grazie a incantesimi".
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