L’OMBELICO DI JAMES
Il paradosso proustiano della separazione opera-autore non mi tocca. Quando un autore mi piace, mi piace anche leggere di lui. Questa cosa mi succede per la musica e per la letteratura, non per le belle arti. So pochissimo della vita di pittori, scultori, architetti, che pure frequento con assiduità: chissà perché.
Parlando di scrittori, questo interesse biografico si è acceso finora tre volte: per Marcel Proust, per James Joyce e per Emily Dickinson (sono d’accordo, non è che ci voglia molto per farseli piacere, questi tre).
Questo breve preambolo per parlare di un libro che sto finendo di leggere in questi giorni: Le poetiche di Joyce di Umberto Eco. Il lettore attento dirà a questo punto "che c’entra questo libro col preambolo? non è mica una biografia", e infatti c’entra poco. Ma poi si capirà che di sguincio c’entra. Almeno per me.
Il libro di Eco è apparso prima come saggio in Opera aperta (nel 1962) e poi, ampliato, come opera autonoma nel 1966. L’ultima edizione, Bompiani come le altre, è del 2002 (prezzo esorbitante: 16 euro). Dentro ci si trova molto per chi ama giricchiare per Dublino con Bloom e imparare le lingue col Finnegans Wake.
Per esempio le aritmie tomistiche di Stephen Dedalus: "…le categorie dell’Aquinate si rivelano per quel che erano state intese dal giovane artista, una comoda piattaforma di lancio,…" (pag. 51); "l’immensità avvolgente della sua tellurica femminilità" (pag. 97 – si parla di Molly); lo schema omerico-corporale-trinitario dell’Ulisse che appare e scompare nel prima e nel dopo: "…l’ordine serve anzitutto come ‘cartone’ del mosaico che Joyce sta componendo…" ma anche, subito dopo, "…l’ordine non è solo un punto di partenza quanto anche un punto di arrivo,…" (pag. 95); l’universo relativistico del Finnegans Wake (pagg. 141-142), e tanto altro.
E ci si trova anche, nel capitolo Il cattolicesimo di Joyce, qualche riga che para para si potrebbe staccare e incollare in un saggio sul puritanesimo di  Emily Dickinson: "Tuttavia, abbandonata la fede, l’ossessione religiosa non abbandona Joyce. Presenze della passata ortodossia riemergono continuamente in tutta la sua opera, sotto forma di mitologia personalissima e di accanimenti blasfematori che a loro modo rivelano permanenze affettive."
Insomma, che c’entra allora questo libro col rapporto opera-autore di cui parlavo all’inizio? C’entra, perché (attenzione, qui si fa strada un poderoso luogo comune, i deboli di stomaco si tengano alla larga) parlando di Dedalus, di Bloom, di Molly, di H.C.E. e A.L.P., Eco ci parla di Joyce, e così scopriamo che anche James, come tutti, parlava del (dal?) suo ombelico.

 


 

P.S. Fra qualche giorno si vota

Vignetta di Altan
da Repubblica del 16/4/2000

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